psicologicamente fa figo

stamattina mi sono alzato e mi sono sentito in forma. carismatico.

jeans chiari, scarpe bianche nuove, camicia bianca, un pò grunge,
‘occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero’.
stamattina vado in auto, fa ‘pandan’. sole, bella giornata. sì, gel.
la radio trasmette una canzone dance vecchia, ma che mi piace.
sento che oggi sarà una gran giornata. psicologicamente fa figo.

riunione col capo nel suo ufficio per un punto della situazione.
forse c’è anche caso che per lavoro sia in zona ‘liguria’, martedì.
bah, ne riparliamo lunedì, intanto però il costume è già nello zaino.
poi lavoro prettamente al computer, pochi fogli sparsi sul tavolo,
tutto è perfettamente salvato in files. psicologicamente fa figo.

un caffè e d’istinto invito una collega al mare con me,
in uno dei prossimi weekend. mi risponde che non sa, che chissà,
che entro quella data tante, troppe cose potrebbero cambiare.
sono sicuro che la frase era di circostanza. non verrà mai, lo so.
ma già solo il fatto di averglielo chiesto, psicologicamente fa figo.

telefono a persone che non sentivo da un pò. li vedrò presto.
e di questo ne sono felice, anche se una notizia inaspettata
stona una pò in questa bella giornata. non ci voleva, pazienza.
niente di grave comunque, questioni di preferenze, di adattabilità.

finisco con un paio di amici, davanti ad una pinta di Guinness.
che forse non farà psicologicamente figo, ma caspita…

…ci voleva proprio.

lolita

qui non è questione di ‘arretrati’ o di ormoni grossi come tacchini.

neanche è questione di battutacce sulla pedofilia. no no, non c’entra proprio nulla: qui la considerazione ha un valore estremamente assoluto, un valore ‘K’ sul mondo intorno a me che inizia e finisce con questo post, ma che parte da un episodio reale.

una settimana fa è arrivata a casa mia una famiglia di francesi, madre e due figlie. una ‘simpatica’, ma l’altra… beh, l’altra è veramente una bella ragazza. attenzione: non ho detto che è una strafiga. ho detto che è bella. nel senso più assoluto, proporzionalmente carino e non ormonalmente condizionato che si possa immaginare. mi gioco qualche euro che se rimane così diventa una modella. è veramente molto bella. l’ho incontrata tornando a casa, era sotto il mio portico che si stava fumando una sigaretta e bevendo una birra fresca.

secondo me, vent’anni al massimo, a voler essere cattivi.
vado a vedere i documenti, sono curioso: tredici…

a parte il fatto che non ci ho mai preso nell’indovinare l’età di una persona, io a tredici anni mangiavo ghiaccioli, ancora giocavo con i robot, sognavo di diventare un attore, mi pettinavo con la riga dalla parte e, a volera dire tutta, ero ancora un moccioso. ora di anni ne ho quasi ventinove, adoro il mojito, giro in moto, ogni tanto sogno di diventare un comico anche se avere un bed&breakfast mi piace molto perchè il mio pubblico pagante viene a vedermi direttamente a casa. ho i capelli cortissimi e, a volerla dire tutta, non sono più un moccioso ma un misantropo.

e tu arrivi a casa mia, vestita come lolita, bevi birra e fumi tranquilla le sigarette di tua madre, insieme a tua madre, sotto il mio porticato con l’aria di chi ‘ne ha viste di cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare’? a tredici anni? sei avantissimo tu oppure ero indietro io? oppure è il mondo che è cambiato così tanto che gli svizzeri sono campioni mondiali di vela??

come nei migliori psico-dramma-film perloppiù esistenzialisti francesi (guarda caso), la scena intorno a me cade. nero tutto intorno, non penso più a niente. silenzio. rimango solo io e un sottile raggio di luce mi illumina. la palla di sterpaglie rotola veloce dietro di me. nel vuoto più totale mi giro e di fianco a me, illuminato da un altro sottile raggio di luce, c’è un ragazzino basso, con un robot in mano e con la riga dei capelli dalla parte. sogna di diventare un attore o un comico.

mi dice di seguirlo, oggi il mio mojito lo offre lui.

dalla russia con amore

paese che vai, usanza che trovi.

oggi, in pausa pranzo, la nostra giovane collega russa ci ha spiegato in linea generale gli usi e i costumi dei matrimoni del suo paese. gran popolo, ‘sti russi. peccato solo per il comunismo.

intanto i due malcapitati si mettono insieme. lui pagherà ogni volta che usciranno a cena. sempre. è la regola. la mia collega dice che qui non succede mai e io le rispondo che non è vero, che l’hanno fregata. ma torniamo ai due promessi sposi russi: c’è una vaga conoscenza delle rispettive famiglie. se proprio si fa sul serio, i due nuclei famigliari si trovano e fanno conoscenza diretta. sorrisi più o meno di circostanza.

arriva il passo fatidico, quello del matrimonio. lo sposo deve andare ufficialmente dalla famiglia dell’amata e chiederne la mano ai genitori. questi gli fanno un interrogatorio in puro stile kgb, su come intenderà mantenere la sposa, progetti per il futuro, figli, mica figli, casa, varie ed eventuali. un terzo grado. non si esclude qualche unghia strappata. ma, volendo usare della fantasia, questo può accadere anche qui.

la cosa bella è che lo sposo fa questo aiutato dagli amici. neanche dovesse fare una rapina in puro stile ocean’s eleven. e, come se non bastasse, oltre a sudare sette camicie e qualche unghia con i gentori di lei, deve anche convincere le amiche della sposa che lui è l’uomo giusto. le amiche di lei: veleno in forma umana. non so se è un rito o cosa, ma io mi sarei già dato alla macchia da un pezzo.

ma mettiamo che il poveretto passi stremato tutte le prove e le varie torture. a questo punto arriva il giorno delle nozze. non ho voluto sapere come sono tutti i preparativi dell’evento, immagino assomiglino a qualcosa tipo pianto e stridore di denti. però, il giorno del , lui va a prendere lei a casa e, portandola in braccio fino alla macchina, la adagia sul mezzo e la porta in chiesa. vi dichiaro marito e moglie.

a questo punto ci sono i festeggiamenti. qui i russi danno il meglio.
la festa per gli sposi dura due giorni. il primo giorno brindisi per tutti, cibo, musica, allegria, spensieratezza, vodka. vodka… vodka… vodka… si finisce quasi sempre che all’ennesimo gallone di vodka la gente diventa nostalgica e parte qualche rissa tra il gruppo dei parenti e il gruppo degli amici. raccontava la collega che una volta gli amici non erano stati invitati e si sono picchiati i parenti, divisi non si sa come. i russi ci tengono alle tradizioni.

la notte tra il primo e il secondo poi, i russi dimostrano tutta la loro civiltà sociale: infatti la donna, invece che condividere col neo-marito i primi momenti magggici, si mette in cucina a preparare crepès e dolci per gli invitati del giorno dopo, mentre il marito dorme riposandosi delle fatiche del giorno prima. d’ora in poi la vita della coppia sarà sempre più o meno così: l’uomo riposa, la donna in cucina e agli strofinacci. i russi ci tengono alle tradizioni.

il secondo giorno è dedicato al vile denaro. in pratica la coppia, per cominciare a tirar su qualche soldo, vende agli invitati le crepès e i dolci preparati dalla sposa e si fanno giochi insieme in cui chi deve pagare la penitenza non lo fa bevendo alcool, come da noi, ma paga in moneta sonante. la vodka circola sempre. probabile qualche regolamento di conti del giorno prima. strano che non abbiano più lo ius prime noctis

…e vissero per sempre felici e contenti.

arriva la primavera perchè…

gli alberi che si coprono dell’ombra verde e chiara di foglie nuove

il sole caldo del giorno o quell’odore nell’aria di pioggia improvvisa.
col maglione a volte si suda un pò, dove sono i miei occhiali scuri?
non accendo il camino da un pezzo, sempre meno vestiti addosso.
ancora chiaro uscendo dall’ufficio, sempre meno voglia di lavorare.
sugli alberi in giardino i merli stanno costruendo il loro nuovo nido
aumentano i weekend in cui si gira in moto, si parte per dove?
i giovani riprendono a viaggiare alla scoperta di posti nuovi.

e il mio bed&breakfast si riempie nuovamente di figa.

i cover the waterfront blues

in auto sulla lenta corsia d’ingresso di un’autostrada

per iniziare il tuo viaggio, lungo o breve non importa,
con l’infuocato sole del tramonto di fronte
che tinge di azzurro-rosa-arancio-rosa-azzurro il cielo
come un pastello, un aereo disegna una netta scia bianca
‘i cover the waterfront blues’
sconosciuto, lento, dolce, un pò malinconico sottofondo musicale
e probabilmente non riuscite ad immaginare tutto insieme.

ma vi assicuro che è stato bellissimo.

oggi siamo un pò più grandi

arrivo da un weekend passato in montagna.

di solito, quando io e miei amici facciamo di questi weekend, il concetto di fondo che ci accomuna è: off. spegni tutto, stacchi e per 36-48 ore non esisti per tutto il tuo mondo, ad eccezione di qualche sms per dire a chi te lo chiede che sei comunque vivo. quei weekend che ti aiutano a fare un discreto reset del tuo cervello, per ripartire, per ‘cambiare l’aria’ nella tua testa. ho detto nella testa. le puzzette sono altra cosa.

i problemi, beh quelli li abbiamo sempre lasciati fuori.
difficilmente riuscivano ad entrare in casa. e se per caso qualche ‘problema’ personale entrava, lo aggredivamo tutti insieme, insieme ad un pò di cointreau o di grappa e tutti insieme se ne parlava, si tirava mattina spesso, probabilmente non risolvevamo nulla ma parlandone il problema si faceva più piccolo. più sopportabile, per lo meno. forse anche risolvibile. forse…

per me stavolta è stato un pò diverso.
ho visto chiaramente che oggi siamo un pò più grandi. sì, il concetto di fondo è rimasto sempre l’off di cui vi ho già detto, però credo che la mente non è stata, per nessuno, così sgombra come era stata in tanti altri weekend su in montagna. per un motivo o per un’altro, ciascuno si è portato la sua piccola o grande preoccupazione. la grigliata di carne e il narguilè col tabacco al gusto di mela o il cortometraggio splatter fotografico sono serviti solo a annebbiare per un attimo questi pensieri. che poi ritornavano chiari e nitidi. qualcuno era particolarmente teso, per i suoi buonissimi motivi. ti capisco, amico mio.

sul balcone a notte inoltrata tutto tace. l’aria di montagna è fresca e nel buio si vedono le luci dei paesi. qualcuno dentro già dorme. altri guardano un film. io esco e respiro un pò di quell’aria. per un attimo vorrei condividere quel momento con una persona in particolare. no, non quella. prendo il cellulare e mando un messaggio. ‘…non chiedermi perchè, ma vorrei che tu fossi qui. so che forse lo sei col pensiero, ma ora intendo dal vivo. reale…’ probabilmente non mi risponderà.

ed è giusto così.

misantropia ufficiale

odio il genere umano.

odio l’indispensabile e variopinta interazione che tra diverse persone genera inconprensioni, problematiche, conflitti. anche la più disponibile e cordiale delle persone ha il suo mondo, la sua sfera che tu invadi e che è in contrasto e/o comunque diversa dalla tua.

adattate queste ‘sfere’ nel migliore dei casi e tutto va abbastanza bene, sembra sopportabile per lo meno, comunque è limitante creare il minimo compromesso, che già ti frega un pò. al max… ‘siamo in armonia’, che vuol dire ‘vivi e lascia vivere’. succede, ma è raro, rarissimo. non devono esserci rapporti di superiorità e/o interessi personali in mezzo. condivisione di vedute e di bevute. almeno i miei ospiti pagano, monetario sollievo.

ma quando ti sposi?‘ incalza la nonna nel momento sbagliato.
bisogna trovare la donna giusta‘, risposta pronta usa&getta.

piuttosto mi faccio impiccare sull’albero maestro‘ suonava male.