un pò meno Cinico

…e così ci siamo separati.

Cinico, per chi non lo sapesse, è… era il mio laptop.
il mio primo e unico laptop, pagato fior di quattrini all’epoca e usato per il più puro degli apprendistati informatici, legali e illegali.

al tempo c’era l’abitudine di dare un nome ad ogni pc, e il teo aveva prontamente suggerito questo nome, ricalcava non poco alcune caratteristiche del padrone, cioè io. Cinico fu il benveuto tra noi. trattato come un re. ci ha fatto comapgnia nelle sere estive, quando alcune volte il mio porticato sembrava più un centro della nasa che altro, quando si ritrovava con tanti altri suoi ‘simili’, molto più avanti di lui, che lo aiutavano a diventare ogni giorno un pò più grande. mi ha aiutato quando insieme a lui bastava una camera, un film su cd ed eventualmente un proiettore preso in prestito. e la giusta compagnia. ha avuto la fortuna di seguirmi nella misteriosa scoperta di ubuntu, quando in un impeto di follia ho voluto cimentarmi con linux… impresa poi fallita miseramente per mancanza di obiettivi, ma soprattutto tempo da dedicare. e così Cinico si sobbarcò senza troppo fiatare tutto il peso di windows.

ma il tempo passa per tutti e il mostro che si nasconde dietro le parole ‘tecnologicamente più avanzato’ chiede il suo contributo: troppo forte la concorrenza di quegli sfrontati netbook, piccoli, pratici, con telecamera integrata, troppo ‘portatili’ al suo confronto… e così anche un buon laptop di sei anni che già comincia ad avere qualche acciacco, regge ancora meno il confronto. una losca e poco rassicurante figura, tecnologicamente più ‘smanettona’ di me, se ne prenderà cura e gli farà tutte le modifche necessarie e forse tirerà fuori il meglio di lui. immagino che possa finalmente correre tra campi sterminati di megabite, quando con me invece si limitava a brevi e lente passeggiate…

un altro Piccolo Cinico quasi certamente passerà di qui, proprio uno di quegli sfrontatissimi e modernissimi netbook, piccoli, pratici, con telecamera integrata.

e a dirla tutta, l’etichetta ‘potere’ non aspetta altro.

i love shopping

oggi sono andato a fare shopping, per me.

lo so, è incredibile.
nella mia concezione assolutamente extraterrestre delle cose di questo mondo, per voi comuni mortali ‘fare shopping’ è inteso come ‘momento in cui vado a fare un giro a tempo indeterminato per guardare negozi che magari trovo quel capo di abbigliamento spesso firmato dunque costosissimo ma che mi piace e me lo compro così, senza pensarci troppo se mi serve o no, perchè mi piace e la cosa mi rilassa o comunque fa figo farsi vedere in giro‘. questa cosa è strettamente tipica della popolazione femminile, anche se non è da escludere un discreta quantità di maschietti etero.

quando IO dico che vado a fare shopping, è per darmi un finto tono umano, ma in sostanza è perchè ho finito un determinato capo nel mio armadio: jeans, magliette, maglioni, felpe, calze, mutande. ‘e la cosa accade circa ogni tre-quattro anni’, e sono parole di mia madre. nello specifico, oggi non ho più jeans a disposizione. un paio a lavare, uno disperso chissà dove, uno addosso reduce da una settimana intensa, uno elegante che usarlo e rovinarlo durante il giorno proprio non mi va, considerato anche che è un regalo. poi, e qui sta l’odierno inghippo, altri due paia rotti. ma non tagliati sul ginocchio, che può sempre fare molto grunge (termine modaiolo per dire che sembri vestito come uno straccione), che un pò mi piace anche. ma questi sono rotti in zone off-limits. per usare termini stilistici, sono stracciati uno sotto la ‘borsa’ e l’altro sul culo. in pratica, stamattina ho aperto l’armadio e non avevo più neanche un paio dei miei adoratissimi ‘jeans chiari everyday’ da potermi mettere. via, si va a fare shopping, come lo intendo io: esco di casa e giro tutti i negozi suggeriti low-price-turbo-economici per trovare quello che mi serve. e non tornerò a casa a mani vuote.

due paia di jeans, tre magliette di cotone a manica lunga, tre maglioni, centosette euri totali, con mastercard. mi sono impegnato per cercare di comprare qualcosa che svecchiasse un pò il mio stile, come alcuni rinomati consulenti d’immagine mi hanno detto di fare. probabilmente ci sono riuscito, che poi non è stato molto difficile perchè, facendo shopping ogni anno bisestile, qualsiasi cosa io possa comprare svecchia e non poco il mio discutibilissimo guardaroba.

la mia prima consulente d’immagine, ma solo in ordine di tempo, è ovviamente la mamma. un pò per sua curiosità, un pò perchè lei per contratto ci deve sempre mettere il becco, un pò perchè su un paio di maglioni deve fare un piccolissimo aggiustamento di sartoria, quindi mi sembrava ruffianamente giusto farla partecipe di questo mio momento tanto raro.

presto invece avrò il parere di altri miei due fidatissimi consulenti di immagine, un pò più vicini allo stile del momento e, tra l’altro, attivissimi nel contribuire alla causa. i jeans eleganti di cui parlavo prima sono opera loro. e la loro attenzione si concentrerà sulle mie prossime scarpe, mi hanno detto.

altri pareri arriveranno successivamente: alcuni in maniera un pò più distaccata o finto-disinteressata, comunque moderata. altri con tendenze leggermente molto più aggressive, progressive e futuristiche. altri pareri infine avranno punti di vista stilistici totalmente diversi. ma saranno tutti utili e ben considerati. per oggi dunque va bene così. in attesa che qualcosa nel mio armadio ‘finisca’, comincerò a destinare nuove risorse economiche per il mio prossimo giro di shopping. lancio un appello: chi vorrà seguirmi, consigliarmi, aiutarmi, o addirittura accompagnarmi, sarà ben accetto. si dovrà comprare fondamentalmente la roba che nel mio armadio è ‘finita’, però si potrà anche spaziare su altri capi di vario genere, non si esclude nulla, sempre considerando quello che è il mio stile e, purtroppo, il mio tanto assurdo modo d’essere. e, ovviamente, nei limiti del budget che metterò a disposizione.

dimenticavo: il tutto in un pomeriggio soltanto.

le mille lire dell’ubriaco

mercoledì, giorno di calcetto a vicenza.

stasera che mio fratello non c’è, ma decido di andare lo stesso, perchè mi serve staccare un pò, ultimamente. è un periodaccio, non mi vergogno di dirlo, e questi momenti mi servono come l’aria per mettere in ordine le idee, per vedere le cose da diverse prospettive. insomma, per fare un pò di ordine e andare avanti. cose buone ne ho tenute, altre buone invece no. altre che sembravano buone in realtà non lo sono state. altre che sembravano cattive in realtà non lo sono. insomma, un discreto casino. trent’anni compiuti sabato scorso, sono soddisfazioni, vero?! sì, sono ironico.

e ci sta anche bene entrare al solito bar per l’aperitivo pre-partita dove in pratica non ti conosce quasi nessuno, se non come ‘quello che arriva da mantova per giocare a calcetto’. un’etichetta importante, comunque, una dignità da difendere con i denti. saluto la barista, domande di rito, come va, come non va. temporeggio bevendo spuma, che in realtà è una birra, ma mi piaceva citare la canzone di elio. nel frattempo entrano due tizi. dalle loro movenze mi sa che con l’aperitivo sono già molto più avanti di me. siamo in veneto dopotutto, dovrei meravigliarmi?

iniziano a scherzare con la barista, sospetto che quelli siano clienti giornalieri… io ascolto, rido, vado avanti con la mia birra, rido, rido. a metà del loro bicchiere di bianco, cominciano a dire che la barista quando parla con me diventa rossa. non è assolutamente vero, ma io non dico nulla e sto al gioco. insistono, dicono che stasera ho delle possibilità. il loro bicchiere di bianco sta quasi finendo. nel gioco delle battute, la barista fa la parte di quella seccata. i due tizi dicono che siccome stasera lei non può andare a casa, io dovrò rinunciare alla partita di calcetto per farle compagnia. ovviamente, il termine ‘compagnia’ ha, nel loro scherzo, un significato abbastanza particolare. e non usano certo giri di parole per spiegarlo. ma perchè non può andare a casa stasera? si vedono luci blu lampeggianti in lontananza. una tizia si è suicidata in strada, dandosi fuoco. a quel punto, la barista racconta che è successo da poche ore e che la strada interrotta è la sua per tornare a casa.

suicidata dandosi fuoco. minkia, hai tutto il tempo di pensare. e non so che cazzo riesca uno a pensare in un momento del genere. forse rivede la sua vita e saluta tutti. forse si rende conto della cazzata sta facendo. o forse è felice, soddisfatto di averla messa nel culo a tutti i suoi problemi. rimango da solo con uno dei due tizi, si chiama come me. usciamo dal bar per qualche minuto, il tempo di una sigaretta. non si può definire sobrio, ma una conversazione ne esce più che dignitosa. la mia birra a stomaco vuoto mi aiuta. lui guarda verso quelle luci blu lampeggianti. l’occhio brillo, però che nasconde quel velo di tristezza&malinconia. e quando è così, un ubriaco sai che non ti sta raccontado frottole. è l’ultimo baluardo prima delle cazzate dello sbronzo. è quel punto in cui non esistono giri di parole. quello che dice è vero. punto. è la sottilissima linea alcolica della verità più pura. un distillato di verità.

si chiede come si fa a suicidarsi a ventitre anni (sapeva già qualcosa dell’accaduto, si vede…), mi dice che uno può avere tutti i problemi di questo mondo, ma deve trovare la forza per andare avanti. a quell’età poi… mi racconta la sua storia, le sue cicatrici. in questo momento, in questo discorso, i miei problemi sono pure cazzate. rientriamo e il secondo bicchiere lo offro io. ne è felice, non avevo dubbi. prosegue il suo discorso, la barista annuisce silenziosa, come a dirmi che è tutto vero. lo so, quell’occhio brillo e malinconico non mente. anche lui era sul punto di suicidarsi. e, guarda caso, proprio in quel passaggio in cui uno si accorge che sta crescendo, non sa di preciso come organizzare il suo futuro però ci guarda spesso e in maniera sempre più insistente e convinta, e allo stesso tempo neanche gli garba più il passato così come è stato fino ad allora. un pò come quando suona la campanella dell’intervallo a scuola, che sai che la ricreazione è finita però ti rompe proprio un bel pò essere il primo fesso che rientra in classe. però senti che devi. insomma, non sai bene dove sbattere la testa, e in aggiunta nella tua vita non ti ci ritrovi un granchè. più o meno, in maniera piuttosto relativizzata, è quello che sto passando io in questo periodo… senza l’istinto suicida, intendiamoci. se mai omicida, ma questa è un’altra storia legata alla mia misantropia generalizzata.

racconta che lui ci pensava, invece, a farla finita.
poi un giorno ha trovato in terra una banconota da mille lire, su cui qualcuno aveva scritto una frase. e che quella frase l’aveva colpito talmente tanto, che da lì, da quella precisa banconota era partita la sua timida ma ritrovata forza per andare avanti. prende il portafoglio e lo apre. la mano trema un pò ma è colpa del vino. diamo la colpa a quello, ma secondo me c’è anche un pò di emozione. conserva ancora quelle mille lire, e me le passa per leggere ciò che c’è scritto. leggo, restituisco la banconota, sorrido, saluto. spero di reincontrarlo qualche altra volta. anche solo per scherzarci un pò. e guidando verso il campo, penso che in fondo le cose andranno come devono andare, le cose buone si salveranno e rimarranno per sempre, quelle cattive invece no… è solo una questione di tempo, del resto, come qualcuno scrisse su una banconota da mille lire,

anche la notte più buia finisce sempre, con una nuova alba.

neanche a farlo apposta

giovedì sera sto per uscire dall’ufficio. suona il telefono.

odio questo genere di telefonate, le riconosci perchè hanno lo squillo traditore. sono quelle che ti portano un piccolo problema, che in pochissimo tempo diventa un grosso problema e che tu decidi, data l’ora, di rimandare a domani, sapendo che sarà diventato un enorme, insormontabile problema.

infatti, è quel tipo di telefonata. domani mattina c’è da essere alle 8 a vercelli a prendere un particolare utilissimo per completare un lavoro che doveva essere finito oggi. chi posso mandare io, in qualità di warehouse manager, cioè sire indiscusso del magazzino? ma che ne so a quest’ora, chi trovo che domani parta alle 5 per andare a vercelli, che non so neanche bene dov’è? i casi sono due: o io o Luciano, siamo gli unici rimasti a quest’ora. anche se lui è meglio stia in azienda, per tutta una serie di motivi che non sto a raccontarvi. tocca a me.

per farmi forza, una voce caritatevole mi dice che l’importante è passare milano molto presto, fuori dall’orario di apertura uffici. come sarebbe a dire ‘passare milano’? devo passare per milano? scopro dunque dov’è vercelli, devo passare sopra milano. improvvisamente nella mia mente si stampa perentoria la figura di andre, e non è comunque mai un bel vedere. idea: parto stasera, dormo da andre e domani sono molto più vicino, soprattutto non mi faccio una levataccia e passo una serata divertente con un amico.

prendo il telefono: ‘sei a milano’ – si – ‘stasera sono da te e dormo lì’.
risposta: ‘anche tu?’… come ‘anche tu’? …chi altri c’è? il timo, e il trio escusa è bello che servito, neanche a farlo apposta. alla notizia ero già in macchina. la sera prima ero a vicenza da mio fratello e anche se un cambio di biancheria era stato sacrificato per la partita di calcetto, qualcosa di ‘pulito e/o usabile’ doveva essere rimasto in borsa: adoro quando faccio il previdente estremo

e metto dentro una maglietta e un paio di mutande in più.

il goal della bandiera

tredici partite, 8 goal fatti e 98 subiti.

campionato di terza categoria, figc.
squadra ultima in classifica a zero punti.

tanto per dire, ieri giocavamo in casa.
per fare un pò di goliardia nello spogliatoio, ho portato un calendario del 2009, arrivato come ‘strenna natalizia’ in azienda da me, ma assolutamente inappendibile a causa di alcune foto, dodici per l’esattezza (guarda caso come i mesi dell’anno!), di alcune signorine molto prosperose ma anche particolarmente accaldate, dagli abiti inadeguati per questi climi freddi. così ho pensato di portarlo ‘in squadra’, giusto per farmi voler subito bene dai miei nuovi compagni. quando il mister l’ha visto, ha chiesto, con voce alta e ferma, chi l’avesse portato. ho risposto che ero stato io, consapevole delle mie responsabilità. sfogliandolo attentamente, il mister mi ha detto che allora oggi mi avrebbe messo titolare. e così è stato.

‘il ragazzo giocherà, anche se ha le spalle strette,
giocherà con la maglia numero 7’

a fine primo tempo perdavamo già quattro a zero. così ho tentato qualche sortita offensiva in più e “al 60° minuto, su cross di f_ è Q_ a siglare il goal della bandiera per il Virtus“. poi di goal ne abbiamo presi altri due, la partita è quasi finita in rissa, ma io ero contento così. e leggere oggi il piccolo ed irridente trafiletto sulla Gazzetta di Mantova, un pò mi dà soddisfazione. ho giocato anche tutta la partita, 90 faticosissimi minuti più recupero. con tanti complimenti dal mister, dai compagni, dalle dodici e bizzarre signorine del calendario

e dai miei nuovi e molteplici crampi e affaticamenti muscolari.

bada a quello stopper

dopo qualche anno di calcetto,

utile per ricominciare a correre dietro ad un pallone con risultati tecnici semi-seri, ora ho trovato una squadra di calcio a undici. squadra da bassa classifica, talmente bassa che già si pensa di scavare un pò. situazione disperata, anche se i ‘miei’ nuovi compagni non sembrano disperarsi più di tanto.

una prima veloce introduzione martedì scorso, in cui l’allenatore mi chiede in che ruolo gioco. centrocampista esterno sinistro più in attacco che in copertura. diciamo centrocampista sinistro, sono mancino. a lui serve uno stopper, difensore puro centrale, se non vai sulla palla almeno prendi le gambe. beh, se è questo che cerchi non me la cavo male. se mi impegno, le caviglie altrui riesco a scaldarle abbastanza bene. chi gioca con me lo sa. sono comunque a disposizione, parto dove preferisce il mister, poi vediamo.

ieri primo allenamento. i primi arrivati mi hanno chiesto se ero il nuovo acquisto. brutta espressione, perchè da ‘nuovo acquisto’ a ‘salvatore della patria’ il passo può essere davvero breve, se inteso nel verso sbagliato. capiamoci: io non salvo proprio nulla. io cerco solo una squadra senza troppo agonismo estremo di vittoria, dove la papera possa capitare un pò a tutti, per farmi sentire meno solo.

ieri primo allenamento: 4 giri di campo, 5 minuti di ‘streccing’, 10 minuti di tiri in porta. poi partitella. eravamo in otto, 4 contro 4. in pratica, come giocare a calcetto. ma non era una squadra a 11?? l’allenatore ad inizio partitella è sparito. e gli altri? ah beh, gli altri li vediamo (forse) solo alle partite, non vengono di sicuro agli allenamenti. ottimo. a che punto siamo del campionato?, chiedo. 11 partite, 7 gol fatti, 89 subiti.

è proprio la squadra che stavo cercando.

north&south

la storia sarebbe estremamente più interessante se raccontata in modi alternativi.

complice l’elezione del primo presidente di colore della storia degli stati uniti d’america, io e mio fratello stiamo (inspiegabilmente) sfogliando un quotidiano durante l’aperitivo e, nel paginone centrale, troviamo la linea del tempo con i presidenti americani passati e cosa è successo di importante durante le rispettive presidenze.

ci soffermiamo sul abraham lincoln e sulla guerra civile americana tra nordisti e sudisti.
a parte che il fratellino me la confondeva con la guerra di indipendenza dall’inghilterra, sostenendo che nei ‘pochi’ anni di storia americana una guerra era più che sufficiente e che non c’era stato proprio il tempo per farne altre. allora a quel punto mi sono sentito in dovere di fare un pò di chiarezza, ma siccome la partita di calcetto incombeva e comunque il mio maestro andrea sostiene che la storia sarebbe estremamente più coinvolgente se raccontata in modi alternativi, invece che di una interessante ma lunghissima spiegazione tipo wikipedia, ho preferito usare parole mie per arrivare al concetto:

‘nella confederazione americana c’erano stati del nord,
liberali, democratici, w l’uguaglianza, progrediti, tutti fratelli, peace&love.
poi c’erano gli stati del sud, schiavisti tipo catene ai piedi,
tipo raggolgo il gotone ber il mio badrone.
proprio da questa cosa, oltre che da problemi politici ed economici,
si sono un pò presi, hanno litigato, si sono fatti la guerra:
hanno vinto i blu.’

chi non ha mai giocato a ‘north&south’ non può capire fino in fondo.

e la nonna disse

sto riordinando&riorganizzando una parte di magazzino aziendale.

è un lavoro che, anche se non faccio io fisicamente ma faccio fare su mie imperiture disposizioni, mi dà una certa soddisfazione interiore. e mentre do severe ma giuste indicazioni ad altri, mi viene in mente mio nonno, perchè lui con questo tipo di lavoro riorganizzativo ci si sarebbe sballato non poco e, anzi, l’avrebbe fatto lui stesso per essere sicuro che fosse tutto fatto come dio comanda. e mi rendo conto di essere molto uguale a lui, come carattere.

poi arriva ieri sera e complice uno scherzo da fare, chiamo mia nonna: devo prenderla teneramente in giro perchè teme che andando ad ascoltare la discussione della tesi di laurea di mia cugina, la possano interrogare pure a lei. non voglio perdere l’occasione di chiederle qualcosa, farle fare uno scherzoso ripasso generale. oggi interroghiaaaamo…interroghiaaaamo… la nonna.

intanto sento anche un pò come sta.
sa chi ha scoperto l’america, ma la data non se la ricorda. ha le potenzialità, ma non si applica. e non le posso neanche chiedere di venire accompagnata dai genitori, per ovvi motivi anagrafici. vado con l’argomento a piacere, cioè le racconto di quello che sto facendo in azienda e di come oggi mi sia venuto in mente il nonno.

e la nonna mi dice che è sicura che farò un gran bel lavoro, ma non tanto perchè io sono uno dei suoi amatissimi nipoti, ma perchè sa che sono pignolo come lo era il nonno. dice che siamo uguali io e lui, ma proprio lo stesso carattere, ma pignolo nel senso buono, dice amorevolmente per evitare che mi possa offendere, inteso come preciso, ordinato, serio, inquadrato. insomma, pignolo. e se lo dice anche mia nonna, ormai non tento neanche più di togliermi quest’aggettivo di dosso.

e intanto il lavoro procede e mio nonno oggi mi manca un pò di più.

cose buone dal mondo

con un bed&breakfast conosci tanta gente da ogni parte del mondo.

dalla sicilia arrivano i dolcetti alle mandorle, l’olio, le arance.
è arrivata anche la barca nuova di mio padre.
da sorrento arrivano le mozzarelle di bufala.
dalla liguria arrivano il pesto e la focaccia.
i formaggi da vicenza, asiago dop.
le caramelle tutti-i-gusti arrivano da londra.
la birra la importiamo dalla corsica, a casse.
il prosciutto invece viene dalla spagna, vero hamon serrano.
casa mia è diventata una specie di dogana…
le sigarette alla menta arrivano da dove capita,
sono dappertutto meno che in italia.

…ecco, stasera ce ne sta una.

il cinese si è suicidato

olimpiadi di pechino 2008, cina.

tutti gli occhi del mondo addosso.
il casino del tibet ancora in corso, abilmente accantonato, nascosto.
le olimpiadi più blindate/controllate della storia, ovvi i motivi politici.
in aggiunta, il presidente degli stati uniti d’america in vista ufficiale.

io e andrea siamo in spagna e sfogliando il ‘mundo deportivo‘,
l’equivalente spagnolo del ‘tuttosport’ italiano, leggiamo questo trafiletto:
(il testo è facilmente intuibile…)

“un americano muere apuñalado y su asesino se suicida después”
-un familiar del seleccionador de voleibol de ee.uu.(*) murió tras ser apuñalado y otro pariente resultó herido en un ataque realizado por un hombre que luego se suicidó, suceso ocurrido en un popular lugar turistico de pekin. la persona fallecida era un hombre y la vìctima herida una mujer, ambos estadunitenses. [..] fueron atacados por un agresor solitario que posteriormente se suicidó, llamado xxx xxxx, que saltó al vacìo desde un segundo piso de la popular torre y murió en el acto. el presidente george w. bush, que se encuentra en la capital china, fue informado y expresó sus condolencias a los familiares de las vìctimas estadunitenses. [..]-

olimpiadi di pechino 2008, cina. tutti gli occhi del mondo addosso.
rispettiamo la serietà della morte, in più ad un evento che deve essere di festa.
ma io e andre ci siamo fatti una sana risata e forse, nel suo profondo,
anche il presidente estadunitense l’avrà pensata come noi.

mi gioco la mia collezione di cd dei Queen che il cinese l’hanno suicidato.

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