mercoledì, giorno di calcetto a vicenza.
stasera che mio fratello non c’è, ma decido di andare lo stesso, perchè mi serve staccare un pò, ultimamente. è un periodaccio, non mi vergogno di dirlo, e questi momenti mi servono come l’aria per mettere in ordine le idee, per vedere le cose da diverse prospettive. insomma, per fare un pò di ordine e andare avanti. cose buone ne ho tenute, altre buone invece no. altre che sembravano buone in realtà non lo sono state. altre che sembravano cattive in realtà non lo sono. insomma, un discreto casino. trent’anni compiuti sabato scorso, sono soddisfazioni, vero?! sì, sono ironico.
e ci sta anche bene entrare al solito bar per l’aperitivo pre-partita dove in pratica non ti conosce quasi nessuno, se non come ‘quello che arriva da mantova per giocare a calcetto’. un’etichetta importante, comunque, una dignità da difendere con i denti. saluto la barista, domande di rito, come va, come non va. temporeggio bevendo spuma, che in realtà è una birra, ma mi piaceva citare la canzone di elio. nel frattempo entrano due tizi. dalle loro movenze mi sa che con l’aperitivo sono già molto più avanti di me. siamo in veneto dopotutto, dovrei meravigliarmi?
iniziano a scherzare con la barista, sospetto che quelli siano clienti giornalieri… io ascolto, rido, vado avanti con la mia birra, rido, rido. a metà del loro bicchiere di bianco, cominciano a dire che la barista quando parla con me diventa rossa. non è assolutamente vero, ma io non dico nulla e sto al gioco. insistono, dicono che stasera ho delle possibilità. il loro bicchiere di bianco sta quasi finendo. nel gioco delle battute, la barista fa la parte di quella seccata. i due tizi dicono che siccome stasera lei non può andare a casa, io dovrò rinunciare alla partita di calcetto per farle compagnia. ovviamente, il termine ‘compagnia’ ha, nel loro scherzo, un significato abbastanza particolare. e non usano certo giri di parole per spiegarlo. ma perchè non può andare a casa stasera? si vedono luci blu lampeggianti in lontananza. una tizia si è suicidata in strada, dandosi fuoco. a quel punto, la barista racconta che è successo da poche ore e che la strada interrotta è la sua per tornare a casa.
suicidata dandosi fuoco. minkia, hai tutto il tempo di pensare. e non so che cazzo riesca uno a pensare in un momento del genere. forse rivede la sua vita e saluta tutti. forse si rende conto della cazzata sta facendo. o forse è felice, soddisfatto di averla messa nel culo a tutti i suoi problemi. rimango da solo con uno dei due tizi, si chiama come me. usciamo dal bar per qualche minuto, il tempo di una sigaretta. non si può definire sobrio, ma una conversazione ne esce più che dignitosa. la mia birra a stomaco vuoto mi aiuta. lui guarda verso quelle luci blu lampeggianti. l’occhio brillo, però che nasconde quel velo di tristezza&malinconia. e quando è così, un ubriaco sai che non ti sta raccontado frottole. è l’ultimo baluardo prima delle cazzate dello sbronzo. è quel punto in cui non esistono giri di parole. quello che dice è vero. punto. è la sottilissima linea alcolica della verità più pura. un distillato di verità.
si chiede come si fa a suicidarsi a ventitre anni (sapeva già qualcosa dell’accaduto, si vede…), mi dice che uno può avere tutti i problemi di questo mondo, ma deve trovare la forza per andare avanti. a quell’età poi… mi racconta la sua storia, le sue cicatrici. in questo momento, in questo discorso, i miei problemi sono pure cazzate. rientriamo e il secondo bicchiere lo offro io. ne è felice, non avevo dubbi. prosegue il suo discorso, la barista annuisce silenziosa, come a dirmi che è tutto vero. lo so, quell’occhio brillo e malinconico non mente. anche lui era sul punto di suicidarsi. e, guarda caso, proprio in quel passaggio in cui uno si accorge che sta crescendo, non sa di preciso come organizzare il suo futuro però ci guarda spesso e in maniera sempre più insistente e convinta, e allo stesso tempo neanche gli garba più il passato così come è stato fino ad allora. un pò come quando suona la campanella dell’intervallo a scuola, che sai che la ricreazione è finita però ti rompe proprio un bel pò essere il primo fesso che rientra in classe. però senti che devi. insomma, non sai bene dove sbattere la testa, e in aggiunta nella tua vita non ti ci ritrovi un granchè. più o meno, in maniera piuttosto relativizzata, è quello che sto passando io in questo periodo… senza l’istinto suicida, intendiamoci. se mai omicida, ma questa è un’altra storia legata alla mia misantropia generalizzata.
racconta che lui ci pensava, invece, a farla finita.
poi un giorno ha trovato in terra una banconota da mille lire, su cui qualcuno aveva scritto una frase. e che quella frase l’aveva colpito talmente tanto, che da lì, da quella precisa banconota era partita la sua timida ma ritrovata forza per andare avanti. prende il portafoglio e lo apre. la mano trema un pò ma è colpa del vino. diamo la colpa a quello, ma secondo me c’è anche un pò di emozione. conserva ancora quelle mille lire, e me le passa per leggere ciò che c’è scritto. leggo, restituisco la banconota, sorrido, saluto. spero di reincontrarlo qualche altra volta. anche solo per scherzarci un pò. e guidando verso il campo, penso che in fondo le cose andranno come devono andare, le cose buone si salveranno e rimarranno per sempre, quelle cattive invece no… è solo una questione di tempo, del resto, come qualcuno scrisse su una banconota da mille lire,
anche la notte più buia finisce sempre, con una nuova alba.