ocho de enero dos mil once

sms.

manuela, milano (italia):
“qui piove e fa freddo, due palle…”

andre-cox-rugi, caleta de famara (lanzarote, canarie):
“qui no. tre coglioni!”

ocho de enero dos mil once.

roba di cinghiale e di amicizia

sere come quella di ieri non cambieranno la storia della mia vita.

probabilmente fra un pò me ne dimenticherò anche,
ma sono quelle che torneranno alla mente sempre velocemente,
splendide nella loro folle semplicità. perchè si parla di roba di moto,
ma soprattutto roba di cinghiale e di amicizia. tanta roba.

domenica di sole di inizio ottobre. due del pomeriggio.
nella mia testa un giro di pensieri: c’è il sole, vorrei andare in moto,
ma dove vado e con chi vado, voglio anche mangiare cinghiale,
è un pò che non ne mangio… ma dove vado e con chi vado,
e provo ad unire tutti questi pensieri, cerco un filo comune.
il connubbio moto_cibo trova sempre una sola risposta:
andre.

sms. ehi tu, sei a genova o a lavagna? sei in macchina o in moto?
ci troviamo a metà strada e andiamo a mangiare del cinghiale?

telefonata: …eehh???
…e da lì, come un domino, l’idea prende immediatamente forma,
i pezzi scombinati dei miei progetti vanno improvvisamente a posto in un colpo solo.
è un’idea assurda, ma assolutamente fattibile. alle sei a bedonia?
e andiamo.

sole e strade di montagna, curve e tornanti.
arrivo a bedonia prima io. uno dei due doveva aspettare, lo sapevamo.
mi sono portato un libro, intanto leggo un pò, roba di relaxing.
dopo una mezz’oretta arriva andre. scende dalla moto, neanche si toglie il casco.
mi guarda, mi punta il dito contro:
“senti un pò… mi spieghi perchè io e te dobbiamo sempre fare ‘ste cose?
io dovrei fare lavagna-genova, 35km, e faccio una deviazione di 140.
tu vieni apposta da mantova, 300km tra andata e ritorno… fai tu…
tra l’altro, solo noi potevamo incontrarci in un posto a caso
proprio il giorno di una festa di paese. ma perchè??”

la più attenta delle organizzazioni non potrà mai sostituire una bella botta di culo.
c’è una festa in paese. una castagnata. tanta gente, tanta roba.
con tante bancarelle di prodotti tipici e assaggini vari.
musica in filodiffusione per le vie del paese. musica blues, la mia preferita.
roba di John Lee Hooker o Muddy Waters.

aperitivo.
bar “gianni” o bar “l’altro”? l’altro, le cameriere sono più gnocche carine.
intanto che aspettavo andre, ho chiesto in giro dove mangiare cinghiale.
trattoria consigliata, ho già telefonato per prenotare. organizzazione live.
riprendiamo le moto per fare quei 5km e 4tornanti che ci separano dal ristorante.
ci sediamo e qui andre cade nel solito, immancabile, irrinunciabile errore:
“mi raccomando, abbiamo il ritorno da fare… mangiamo poco”
arriva la cameriera, io ordino subito il cinghiale e stop.
andre chiede cosa c’è di stagione. tartufi e/o funghi. i suoi occhi si allargano.
ho già capito cosa sta pensando: e adesso cosa scelgo?
il problema è che l’ha capito anche la cameriera e sorniona chiede:
“volete un assaggio di tutto?”
sì.

dunque: antipasto di salumi parmensi con gnocco fritto, cipolline all’aceto balsamico, insalata di funghi, tagliolini al tartufo, cinghiale in umido, contorno di funghi fritti, mezza di barbera, acqua, dolce, ananas, caffè, limoncino e, in cassa, un altro amaro stranguglìno che non ho capito bene cosa fosse ma che a ‘sto punto che’cce frega, ‘amo fatto trenta, famo trentuno. ahò. e quarantacinque euri in due, ‘anvedi.

stiamo per ripartire, di nuovo in solitaria. uno in una direzione, uno nell’altra.
stavolta per davvero, non come nelle foto idiote che facciamo di solito in giro.
la serata diversa che in pochi si sognerebbero di intraprendere. quasi nessuno. quasi.
“sono orgoglioso di avere un amico come te”, gli dico fiero.
“grazie a te, e per queste cose sai che ci sono sempre”, risponde lui.

roba di sincera, essenziale e folle amicizia.

work sucks, go surfin’

nè più, nè meno. era la vacanza che mi ci voleva.

avevo bisogno di staccare. da tutto e da tutti.
non mi sarebbe bastata la solita solfa del:
“vai in spiaggia per 21 giorni e non fai altro che dormire”
a parte che a me non fare una cippa piace, ma poi stufa anche.
c’era bisogno di qualcosa che staccasse davvero, qualcosa di totalmente nuovo,
che mi tenesse impegnato anima e corpo, nonchè cervello, quel poco che uso di solito.

surf.
l’idea giusta, al momento giusto, perfetta e fattibile per il sottoscritto.
non lo sport della mia vita, ma qualcosa di simpatico e faticoso da imparare.
per conoscere un mondo nuovo, per dimenticarmi per un pò di quello vecchio.
ok, una mano me l’ha data il mio cellulare. sembrava lo sapesse.
avevo una mezza idea di lasciarlo definitivamente a casa,
ma tanto sapevo che sarebbe stato inutile, ero ancora rintracciabile.
e allora giochiamo anche a fare quello che ha una coscienza e portiamolo.
poi però la vodafone o la nokia, non so di chi sia la colpa,
hanno pensato bene di non farmi funzionare gli sms. solo chiamate.
ok. nella sfiga, vuol dire che le comunicazioni saranno poche ed essenziali.
in pratica, lo metto in un cassetto e ogni tanto mi devo ricordare che è lì.

sparisco dal mio mondo per un pò,
non sono neanche curioso di vedere cosa sarà al mio ritorno.
perchè poteva anche non esserci un ritorno.
un possibilità su un milione, ma poteva. colpa della crisi.
non ero curioso perchè proprio non mi interessava. ma nulla.
era la mia cazzo di vacanza e la cosa fondamentale era il sottoscritto.
e poche ed essenziali comunicazioni, ovviamente. giusto per dire che ero vivo.

non avevo un cappellino, perchè là in Spagna il sole picchia ma soprattutto
non avevo un cappellino per l’estate, perchè ogni estate ne devo avere uno diverso.
il primo che ho trovato aveva questa scritta: “work sucks, go surfing”
perfetto. action.

ora che sono tornato, come sempre dopo uno stacco drastico,
riconsideri tante cose. tanti giudizi e tanti equilibri li misuri in maniera diversa.
sei un pò più distaccato e per qualche tempo hai la lucidità oggettiva di dire che
‘questo sì, questo ma anche no’, ‘visto che avevo ragione io?’, ‘who cares?’…
e ditemi quello che volete, ma sono sempre più convinto che io vinco o pareggio.
work sucks, go surfin’ again. parola di Chello Sleitero.

per 15 faticosissimi giorni è stato un crescendo di olas, paella, shortboard,
minimalibu, mojitos, mute anti freddo, paraffina, fritture, sangria, leashes,
ronmiel, line up, wipe out, break point, jamon, surf’s up, pedal, pedal, pedal…

…rema, stronzo.

neanche a farlo apposta

giovedì sera sto per uscire dall’ufficio. suona il telefono.

odio questo genere di telefonate, le riconosci perchè hanno lo squillo traditore. sono quelle che ti portano un piccolo problema, che in pochissimo tempo diventa un grosso problema e che tu decidi, data l’ora, di rimandare a domani, sapendo che sarà diventato un enorme, insormontabile problema.

infatti, è quel tipo di telefonata. domani mattina c’è da essere alle 8 a vercelli a prendere un particolare utilissimo per completare un lavoro che doveva essere finito oggi. chi posso mandare io, in qualità di warehouse manager, cioè sire indiscusso del magazzino? ma che ne so a quest’ora, chi trovo che domani parta alle 5 per andare a vercelli, che non so neanche bene dov’è? i casi sono due: o io o Luciano, siamo gli unici rimasti a quest’ora. anche se lui è meglio stia in azienda, per tutta una serie di motivi che non sto a raccontarvi. tocca a me.

per farmi forza, una voce caritatevole mi dice che l’importante è passare milano molto presto, fuori dall’orario di apertura uffici. come sarebbe a dire ‘passare milano’? devo passare per milano? scopro dunque dov’è vercelli, devo passare sopra milano. improvvisamente nella mia mente si stampa perentoria la figura di andre, e non è comunque mai un bel vedere. idea: parto stasera, dormo da andre e domani sono molto più vicino, soprattutto non mi faccio una levataccia e passo una serata divertente con un amico.

prendo il telefono: ‘sei a milano’ – si – ‘stasera sono da te e dormo lì’.
risposta: ‘anche tu?’… come ‘anche tu’? …chi altri c’è? il timo, e il trio escusa è bello che servito, neanche a farlo apposta. alla notizia ero già in macchina. la sera prima ero a vicenza da mio fratello e anche se un cambio di biancheria era stato sacrificato per la partita di calcetto, qualcosa di ‘pulito e/o usabile’ doveva essere rimasto in borsa: adoro quando faccio il previdente estremo

e metto dentro una maglietta e un paio di mutande in più.

gli altri ignari clienti

vieni in vacanza in liguria. è l’una e mezza passata e stiamo entrando in trattoria.

ormai è la nostra trattoria, si mangia bene, si spende il giusto ma soprattutto ci divertiamo.
e_ (il cameriere) neanche ci saluta. “eh belin, potevate aspettare ancora un pò ad arrivare, volete mica anche mangiare adesso? forse qualcosa è rimasto, mettetevi lì che adesso arrivo…”
questo è stato il benvenuto. gli altri clienti del locale a quel punto guardavano un pò straniti tutta la scena. loro non possono capire, avventori da ‘una botta e via’. dopo cinque minuti esce il cuoco dalla cucina, grembiule sporco ancora addosso, mani sporche di farina. ci guarda con fare deciso, quasi minaccioso: “volete ordinare o faccio io?” le nostre risate coprono la risposta: fai tu. che tanto lo sappiamo che anche se ordiniamo, fai tu lo stesso. “appunto!”
gli altri clienti sono sempre più esterefatti.

mentre mangiamo i nostri squisiti piatti a base di pesce, arriva la g_, effettivamente tirata da mezza gara, e i discorsi e i commenti non sono dei più aulici e raffinati. gli altri clienti non sanno più dove guardare anche perchè, nel mentre, ritorna e_: “belin ragazzi, pensate a mangiare con a tavola una così??” prendo io la parola: “si, sarà anche gradevole da vedere, ma parlaci insieme 10minuti che poi cambi idea…” il cuoco chiude la cucina e si mette a mangiare con noi, di fianco a me. discutiamo insieme per 10minuti, poi si gira verso di me e fa ‘sì’ con a testa. te l’avevo detto, basta parlarci 10minuti e rivaluti tutto il discorso. gli altri clienti cercano di finire alla svelta, ormai hanno perso completamente ogni punto di riferimento.

e_ ci conosce da tantissimo, da quando ancora noi si doveva tornare a casa verso le undici. e a questo punto si lascia andare in considerazioni finali, rivolto a tutti ad alta voce nel bel mezzo della sala: “…belin gente, questi qui da piccoli erano tanto dolci, teneri, timidi… e adesso guardalì lì, sono veramente dei pezzi di merda!!”

gli altri ignari clienti hanno continuato a non capire.

al tugo nevica un pò

sto tornando a casa dopo uno splendido weekend. davvero, splendido.

quei weekend in liguria che sanno tanto di spina staccata col mondo, quel mondo alternativo dove tutto è conosciuto ma tutto è nuovo, tutto è intenso ma calmo nello scorrere delle cose, dove le giornate passano in un secondo e invece quando ti chiedi che hai fatto oggi, la mattina e tutte le cose in mezzo sembrano tanto lontane, che quasi non ci credi. quei weekend dove non vuoi perdere neanche un secondo perchè sai che sarà comunque bellissimo, che parti alla sera uscendo dall’ufficio con la valigia in macchina e ritorni il lunedì ad orari mattinieri improponibili. magari anche un pò dopo, se le cose prendono una piega strana…

quei weekend dove gli amici li vedi quasi tutti, li senti, li vivi.
e che sia quel che sia, maledizione, le persone le vivi e non puoi farci niente.
un weekend dove una pizza al venerdì è quasi un evento, che ti immaginavi poteva finire così, dove al sabato prendi stranamente un treno e raggiungi un altro dei tuoi amici, come se da te partisse la chiamata a raccolta di quel che sarà per un paio di giorni. c’è il sole, si sta bene. giri, fai qualche commissione, come fossi uno di lì. poi di nuovo un’altra serata, tutti insieme in compagnia, e di nuovo il giorno dopo, davanti ad un piatto di cinghiale veramente enorme che ci crea non qualche difficoltà.

e poi l’apice dello schiamazzo, quegli applausi e urla di gioia in un teatro troppo elegante per queste cose, per festeggiare e partecipare all’emozione di uno di noi, teso e paonazzo là sul palco, a cantare canzoni decisamente non del nostro genere, ma che per una sera ci uniscono e ci fanno lo stesso urlare, per lui, per noi, per tutti noi, alla faccia delle signore eleganti che sedute di fianco a noi ci guardano un pò schifate. ed allora è ancora più bello fare il tifo per lui.

al lunedì mattina si riparte, con quattro ore di permesso nello zaino, che rendono la cosa ancora più sublime, che ti fanno uscire dall’etichetta di turista e ti fanno entrare quasi in quella di pendolare lavoratore… ma prima di andarsene, ci sono ancora un paio di questioni da sistemare e chissenefrega se la seconda porta via un pò di tempo. davvero, chissenefrega. per quello che non ho fatto e avrei potuto fare, per quello che ho fatto e avrei potuto non fare. chissenefrega perchè in fondo certe persone le vivi, in un modo o nell’altro (soprattutto nell’altro), e non puoi proprio farci nulla perchè è più forte di te. se là in fondo c’è un pò di vuoto, da qualche altra parte c’è qualcosa che proprio non se ne andrà mai più. e che sia quel che sia.

e mentre percorro l’autostrada del ritorno so già che mi fermerò, come sempre, all’area di servizio ‘tugo est’ per un caffè proprio sul passo della cisa, che in una galleria di un paio di kilometri divide la mia vita di quà da quella di là, divide un bel weekend di sole da una grigia settimana di lavoro in attesa delle feste.

e proprio per ricordarmi che presto sarà Natale, lassù al tugo nevica un pò.

la torta di riso è finita

sei stanco della solita ospitalità? vieni in vacanza in liguria.

venerdì sera
ci ritroviamo tutti, il gruppo degli Ingestibili. nessuna voglia di cucinare, si esce a cena, del resto noi conosciamo un posticino. andiamo, entriamo, ci sediamo. arriva il cuoco con tre piatti colmi di roba. ‘…volete acciughe fritte?’, chiede. ‘ma sì…’ e ci lascia direttamente i piatti. ritorna il cuoco con un altro piatto colmo di roba. ‘…volete mica le cozze al limone?’ e prima che noi rispondessimo, ce le aveva già lasciate sul tavolo e se n’era andato. ritorna per la terza volta e ha in mano una padella, enorme, da cui spunta un mestolo. ‘…volete mica delle trofie al nero di seppia?’ …uhm, buone, e ci lascia direttamente la padella. i due litri di vino bianco chiesti devono ancora portarceli. abbiamo ancora un languorino e chiediamo dei gamberoni alla griglia. dopo un minuto spunta il cuoco dalla porta della cucina e in mezzo al locale urla: ‘…di chi sono i gamberoni?’ noi timidamente alziamo la mano: ‘nostri…’ ci guarda: ‘alla livornese??’…‘no, alla griglia’…‘alla livornese!!’…‘va bene…’ e ci porta un’altra padella che ci lascia ancora direttamente sul tavolo. in pratica noi stasera di quello ordinato abbiamo avuto solo il vino. anche le posate ce le siamo prese da noi dai tavoli vicini. liguria: non hai ancora visto niente…

sabato sera
dopo una bellissima camminata di sette ore per i monti, vengono a trovarci due miei amici delle mie parti. ritorniamo tutti insieme nello stesso locale di ieri. ordiniamo: trofie, frittura, vino bianco, gamberoni alla livornese. dopo un minuto spunta il cuoco dalla porta della cucina e in mezzo al locale urla: ‘…di chi sono i gamberoni?’ noi timidamente alziamo la mano: ‘nostri…’ ci guarda: ‘no, no, meglio lo scorfano, è più buono!’ e vai, anche stasera si mangia solo quello che vuole il cuoco. siamo al dolce, vado a chiedere e lui mi vede arrivare. inizia a preparare il conto. ‘no, senta, ho bisogno di altro’…‘e cosa vuoi?’…‘due panne cotte col caramello e una liscia’…‘prenditele un po’ nel frigo! e lì c’è il caramello…’ mi servo da solo e nel frattempo chiedo anche cinque limoncini ghiacciati. dopo qualche minuto il cuoco si presenta con una bottiglia da cocacola ricoperta di ghiaccio contenente il suddetto limonino. ‘i bicchieri ce li avete?’ avevamo quelli usati per la cena. ‘…tenete un pò!’ e ci lascia tutta la bottiglia sul tavolo. al momento del conto infine, se ne esce con un pericolosissimo… ‘eehh, stasera spendete un bel po’…!

chissenefrega, sempre meglio che sentirsi dire che la torta di riso è finita…