pizza coi wurstel

ieri sera sono andato a prendere due pizze da asporto.

mentre aspettavo al bancone, è arrivato un gruppo di 6 persone.
anatomicamente parlando, erano 4 uomini e 2 donne.
a livello di orientamento invece erano 4 uomine e 2 donno.

delle 4 uomine,
uno/a ho dovuto sentirlo/a parlare per capire che anatomicamente era un maschio.
ciaaaooo, raaagaaazzeee!!!

meno male che non avevo ordinato la solita pizza coi wurstel…

per sentirsi a casa

sabato pomeriggio arriva da noi una ragazza, del nostro paese.

viene a ritirare le chiavi della stanza che ha prenotato per gli amici dei suoi genitori. la camera è la blu, bed&breakfast in via conciliazione. poi gli amici li accompagnerà lei alle stanze. perfetto.

notte: ore 00:30 circa, bed&breakfast in via verga. sì, ne ho due, io e i miei abitiamo in questo. sono già nel mondo dei sogni da un pò. mia madre arriva nella mia stanza tutta trafelata: roby, abbiamo gente in casa!!!
apro gli occhi, trovo la forza di rispondere:
sono 3 anni che abbiamo gente in casa, siamo un bed&breakfast, ricordi?
a domanda mal posta, risposta del cazzo.
sì, ma stasera qui non deve esserci nessuno e invece c’è qualcuno!
a quel punto faccio finta che sia tutto vero: cosa hai sentito?
ho sentito dei passi, delle porte che si chiudevano e lo sciacquone…
…allora siamo tranquilli! se hanno usato il cesso, non dovrebbero essere ladri…
mi alzo, è arrivato anche mio padre nel frattempo, individuiamo la stanza in cui si presume ci sia gente. bussiamo. chi è? chiedono da dentro.
ehm… veramente… sarei il padrone di casa… rispondo io.
una signora apre la porta e spunta fuori in pigiama. sguardi confusi.
…non abbiamo ben capito dove andare… e abbiamo preso questa camera.
interviene mio padre, con calma e un sorriso tranquillizzante:
avete fatto bene! ……………ma chi siete? come avete fatto ad entrare?
a quel punto la signora scoppia a ridere, è ormai chiaro che è stato un enorme disguido.
cerchiamo di ricostruire la vicenda.

dunque: la ragazza era venuta al pomeriggio a prendere le chiavi per il bed&breakfast di via conciliazione. però non è stata lei a riportarli la notte, ma la madre. la madre aveva il biglietto da visita del bed&breakfast di via verga e li ha portati lì. primo errore. il cancello di casa nostra era aperto e loro sono entrati tranquilli, seconda svista. terzo, last but not least, mia madre aveva lasciato la porta di casa aperta, con le chiavi infilate FUORI.
a rimettere insieme le stesse coincidenze un milione di volte non ci riesci.

i tipi sono entrati e hanno cercato la camera che ovviamente non trovavano e hanno girato tutta casa indisturbati, ‘scoperti’ solo perchè il cellulare di mio padre ha suonato l’avviso di batteria scarica e mia madre si è svegliata per questo, sentendo poi tutto il resto. hanno girato le stanze, anche nella mia vedendo me che dormivo (e non mi sono accorto di nulla…) e ridendo ci hanno anche detto che sapevano che al nord l’ambiente era più tranquillo rispetto alla ‘loro’ sicilia, ma mai pensavano che si potesse lasciare tutto aperto così tranquillamente… eh beh, siamo gente per bene, noi.

il giorno dopo, io sono andato a fare spesa con l’auto di mia madre.
mia madre si è portata via le chiavi di casa che erano sulla sua auto. è andata via con la MIA auto su cui c’erano le MIE chiavi di casa. e io torno dalla spesa e non riesco ad entrare in casa MIA. i siculi ci riescono e io no.
e il motto del nostro bed&breakfast è: per sentirsi a casa.

ma vaffanculo, va.

ma ancor di più potè il silenzio

ci sono giornate che partono male.

già, poi io non è che abbia una gran pazienza.
la mia scala di valutazione dell’umore di una giornata è: entusiasta, felice, allegro, tranquillo, normale, irascibile, nervoso, incazzato, silenzioso.

dal normale in giù è comunque consigliabile non avvicinarsi troppo o, nel caso di contatto forzato, volare un pò bassi. se poi sono silenzioso, beh, rimandate ogni contatto. è meglio. qualcuno sostiene che io sia più pericoloso quando sto zitto piuttosto che quando parlo. è vero.

oggi è una giornata che è partita male.
anzi, aveva già preso la rincorsa ieri sera per partire male e oggi la tendenza è stata ampiamente confermata. ho provato a fare buon viso a cattivo gioco, ma non c’è stato verso. in tarda mattinata, la conferma che quello era l’andazzo. verso le 11 l’asticella umorale è passata da incazzato a silenzioso. buttiamo il ferro a fondo, si dice da noi. prendiamo atto e scansiamo ogni eventuale altro problema. facciamo quello che dobbiamo fare, chiudiamola alla svelta. neanche mi fermo a mangiare, perchè proprio non ho fame, perchè mi sono comunque già rotto il cazzo, perchè voglio finire le mie otto ore d’ufficio e poi andarmene. non me ne frega di niente e nessuno, oggi. domani si vedrà.

silenzioso non vuol dire remissivo.
silenzioso significa che sto disprezzando il mondo talmente tanto che non vi concedo neanche il merito della mia parola. lasciatemi stare. evitate ogni forma di contatto anche con i più nobili intenti di aiuto. rischiate di farvi odiare, se già non vi disprezzo. anche una cena con amici si rivela poco gradita, diciamo da aspetti molto criticabili. ma che importa, oggi è così. se mi conoscete abbastanza, sapete che poi mi passa. siate anche voi silenziosi e nel mio silenzio saprò apprezzarvi. riuscirò ad intuire da solo la differenza tra una buona persona e la migliore. purtroppo non tutti riescono a capire questa cosa.

oggi, più delle buone azioni o delle tentate battute per farmi ridere, può il silenzio. oggi, se qualcuno vuole avventurarsi e rischiare la vita nel tentare di regalarmi un sorriso, deve essere qualcuno che non ti aspetti. nel modo che non ti aspetti. un giorno vi racconterò chi è Luciano e forse capirete quanto sto per dire. lo stesso Luciano che, alle ore 15:30, si avvicina guardingo alla mia scrivania e mi chiede se davvero oggi non ho mangiato. al mio ennesimo e un pò secco no, mi dice che, se voglio, lui mi va a prendere un panino, sul serio. quasi paterno. non me lo sarei mai aspettato da lui, però è questo che mi ci voleva, oggi. ringrazio ma rifiuto, tra mezz’ora andrò via di lì e andrò a prendermi un aperitivo da solo in quel bar dove c’è quella cameriera brasiliana di cui tanto mi ha parlato proprio lui, in termini non propriamente eleganti.

tutto il resto che vada neanche tanto metaforicamente a farsi fottere.

coscienza trasversale

doveva essere una cena tranquilla.

eh no,
ormai sto imparando che con certa gente presunta rispettabile non ti devi aspettare nulla di buono, tranne il vino. dovevamo andare al cinema dopo la nostra cena e, prima, palestra al posto dell’aperitivo. insomma, serata comunque easy. ma neanche per sogno.

4 bottiglie di Ca’ del Bosco nero, una di limoncino, una intera di Porto.
per errore ci siamo finiti anche l’acqua. tutti e quattro belli allegri, tutto spazzolato in tavola. si parla del più e del meno, si prende per il culo il nostro amico che presto si sposerà. si parla di festa di addio al celibato. Davide ha la discussione in pugno. è alticcio ma il ragazzo, in questi frangenti, c’è. e regala sempre profonde soddisfazioni.

comincia a parlare della futura festa:
abbiamo già delle idee, di cui una moooltooo fattibile…
(vero)
di quelle che ti mettono paura, ma paura quella vera…
(pausa)
…quella vera dei bambini!
(applausi)
abbiamo intenzione di minare la tua integerrima coscienza.
(uaz uaz)
…a differenza del cox, che ha una coscienza trasversale.
STOP.

cos’è che ho io?
cioè: mi fido, se lo dici tu ci credo.
se lo dici da sbronzo ci credo di più…
però spiega meglio.

hai la coscienza trasversale:
tu segui la retta via perchè sai che è giusto così, ma ogni tanto la abbandoni piuttosto volentieri perchè preferisci inculare prima piuttosto che rimanere inculato dopo.

…che è la versione più o meno alcolico-psicologica del fatto che io non perdo mai, io vinco o pareggio. questa storia della coscienza trasversale si può collegare a quella volta che mi ha detto che, per il mio carattere, una qualsiasi persona era meglio per lei che mi stesse sulla coscienza piuttosto che sulle palle.

non avevo mai approfondito e, forse, è stato meglio così.

il bello dei regali alternativi

feste di natale, odio fortissimamente i regali generalisti.

sono capaci tutti a regalare quella cosa che è sempre un classico.
qualsiasi classico sia, il bello nel fare un regalo è anche pensare ai gusti, usi&costumi, della persona a cui fare il regalo stesso, personalizzarlo, comunque studiarlo quantomeno. o comunque far vedere che c’è uno studio dietro. ed ecco che a quel punto il regalo assume un significato diverso dal semplice e banale ‘devo per forza fare un regalo’. può essere un qualcosa che prende anche in giro, un regalo per contrappasso, magari cinico e cattivo, ma ad hoc.

a quel punto puoi sbizzarrirti e trovare quel regalo anche diverso, di quelli che non se ne vedono tanti in giro: regalare, per esempio, un anno di abbonamento ad una rivista di new-technology ad uno che smanetta di computer, ma che non disdegna cellulari cazzuti ed ipod stramegacapienti, è sicuramente una mossa azzeccata.
e gradita. leggerò tutto con attenzione.

qualcuno, con uno spiccato senso dell’umorismo e di cinismo, può fare anche un meta-regalo.
a me una volta hanno regalato del fastidio: un oggetto bruttissimo, quindi già fastidioso da vedere, che, se acceso, emetteva una luce bluastra insulsa e una musichetta techno-japponese stridula, ripetitiva e veramente fastidiosa. scelta difficile, comunque, un meta-regalo è veramente da professionisti.

rimanendo nell’ottica normale, ricevere il libro del tuo comico preferito o un albo da collezione di uno dei tuoi fumetti preferiti è altresì molto molto carino, con un risvolto psedo-culturale…
ma forse anche no.
può essere anche un libro serio, ma che sai che quella persona leggerà sicuramente perchè apprezza quell’autore. se poi anche l’altra persona ti regala lo stesso identico libro, come regalo va messa in conto anche una buona dose di telepatia. che poi magari ‘sta cosa del regalo esattamente identico ti era già anche successa in qualche vita precedente, con altre cose piuttosto normali tipo cornici digitali o un poco più alternative tipo un televisore.

in un gruppo di amici, ci si può regalare delle poco impegnative magliette della salute, cotone bianco 2euro al decathlon, personalizzate con una frase stampata ad hoc a seconda del/la destinatario/a. ovviamente la cosa viene molto meglio se le frasi sono cattive, ciniche, bastarde. se poi le consegni al gruppo riunito, offri anche un momento insieme e qualche risata, che non è mai un brutto regalo.

poi magari puoi sempre puntare a regalare qualcosa che alla persona serve per davvero: attrezzature da campeggio, contenitori stagni, così come uno zaino da moto, per esempio. regali anche un utilizzo, un’utile funzionalità dichiarata. che magari ti eri anche ripromesso di comprartele tu per gli affari tuoi e invece le hai ricevute in dono e così sei già a posto. certo che a natale, con la neve fuori dalle finestre, avere nell’ordine: una muta da surf, un accappatoio in microfibra da viaggio, un costume da bagno, un paio di scarpe antiscivolo tipiche di chi fa surf, beh, se non siamo alternativi qui… come regalo ci metti anche lo sforzo di trovare, in questo periodo, questa roba. non vedo l’ora che sia estate, voglio tornare a fare surf se non si era capito, ora ho tutta l’attrezzatura necessaria. mi manca la tavola ma quella da portare in giro è davvero un casino, meglio affittarla in loco.

ma un regalo può non essere una cosa prettamente materiale.
puoi regalare del tempo, dei momenti diversi dal solito. se poi questi momenti li condisci con un pò di suspance, del tipo: tu vieni qui che poi ti portiamo al tuo regalo, hai già capito che non è una cosa con carta e fiocco da scartare. il regalo diventa tutto l’insieme, l’attesa, il ragionamento su cosa potrà essere da pochi misteriosi indizi, la scoperta… che poi è finita che mi hanno regalato una giornata in un centro benessere: idromassaggio, bagno turco, sauna finlandese, doccia gelata e forse aromatizzata, lettino da relax con mela e tisana. con l’aggiunta successiva di aperitivi (pluralia non maiestatis) e cena in una buonissima creperie vicentina. davvero un gran bel regalo. grazie anche per il costume, l’accappatoio, le scarpe e lo zaino di cui sopra.

ah, un appunto: cognatina, scusa se io e il tuo (in)degno compagno, nonchè mio fratello, ci siamo tuffati a boooooommmmbaaaaaa nella vasca idromassaggio facendo, tra l’altro, un casino assurdo nella tranquilla e pacata zona relax.

certi piccoli regali fatti a se stessi, credimi, non hanno prezzo.

non siamo vecchi

…ma apprezziamo il buon brodo.

lo scopo di questo testo
é quello di rendere giustizia a una generazione, quella di noi nati agli inizi degli anni ’80 (anno più, anno meno), quelli che vedono la casa acquistata allora dai nostri genitori valere oggi 20 o 30 volte tanto e che pagheranno la propria fino ai 50 anni e più. siamo i primi ad entrare nel mondo del lavoro come co.co.co., quelli per cui non gli costa niente licenziarci. per non aver vissuto direttamente il ’68 ci dicono che non abbiamo ideali, mentre ne sappiamo di politica più di quanto credono e più di quanto sapranno mai i nostri fratelli minori e discendenti.

non andavamo a scuola quando il 1 novembre era il giorno dei santi e non halloween, quando ancora si veniva bocciati, siamo stati gli ultimi a fare la maturità e i pionieri del 3+2. siamo stati etichettati come generazione x e abbiamo dovuto sorbirci sentieri e i visitors, twin peaks e beverly hills (se ti sono piaciuti allora, vai a rivederli adesso, vedrai che delusione); abbiamo riso con spank, cantato con cristina d’avena e imparato la mitologia greca con pollon.

e abbiamo imparato a giocare a calcio con Holly & Benji.
noi non abbiamo fatto la guerra, né abbiamo visto lo sbarco sulla luna, non abbiamo vissuto gli anni di piombo, ne abbiamo votato il referendum per l’aborto e la nostra memoria storica comincia coi mondiali di italia ’90. ci ricordano sempre fatti accaduti prima che nascessimo, come se non avessimo vissuto nessun avvenimento storico. abbiamo imparato che cos’è il terrorismo, abbiamo visto cadere il muro di berlino e le torri gemelle. siamo state le più giovani vittime di cernobyl e quelli della nostra generazione l’hanno fatta la guerra in kosovo, afghanistan, iraq.

abbiamo imparato a programmare un videoregistratore prima di chiunque altro, abbiamo giocato a pac-man, odiamo bill gates e credevamo che internet sarebbe stato un mondo libero. siamo la generazione di bim bum bam, di clementina-e-il-piccolo-mugnaio-bianco e del Drive In. siamo la generazione che guardava e guarda ancora adesso i film di Bud Spencer & Terence Hill. ci siamo esaltati con superman e alla ricerca dell’arca perduta, ci siamo emozionati con e.t., impauriti con lo squalo.

quelli cresciuti ascoltando gli Europe, gli U2, i Dire Straits, i Queen.
bevevamo il billy e mangiavamo le big bubble; al supermercato le cassiere ci davano le caramelline di zucchero come resto. siamo la generazione di crystal ball (con crystal ball ci puoi giocare…), delle sorprese del mulino bianco, dei mattoncini lego a forma di mattoncino, dei puffi, magnum p.i., mimì ayuara, l’incredibile hulk, yattaman, he-man, quel figone di lamù, creamy, kiss me licia, i barbapapà, le micro-machine, big jim e la casa di barbie di cartone ma con l’ascensore. la generazione che ancora si chiede se mila e shiro alla fine vanno insieme.

guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi: viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; facevamo viaggi di 10-12 ore e non soffrivamo di sindrome da classe turista. non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino. andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale. andavamo a scuola carichi di libri e quaderni, tutti infilati in una cartella che raramente aveva gli spallacci imbottiti, e tanto meno le rotelle.

siamo stati gli ultimi a usare dei gettoni del telefono.
non avevamo ancora i cellulari. mangiavamo dolci e bevevamo bibite, ma non eravamo obesi. al limite uno era grasso e fine. ci attaccavamo alla stessa bottiglia per bere e nessuno si è mai infettato. ci trasmettevamo solo i pidocchi a scuola, cosa che le nostre madri sistemavamo lavandoci la testa con l’aceto.

siamo l’ultima generazione che ha giocato con le biglie,
che saltava con la corda, che giocava a lupo, a un-due-tre-stella, a nascondino, a guardia&ladri e allo stesso tempo i primi ad aver giocato coi videogiochi, ad essere andati ai parchi di divertimento o aver visto i cartoni animati a colori. non avevamo playstation, nintendo 64, videogiochi, 99 canali televisivi, dolby-surround, cellulari, computer e internet, però ce la spassavamo tirandoci gavettoni e rotolandoci per terra tirando su di tutto; bevevamo l’acqua direttamente dalle fontane dei parchi. e le ragazze si intortavano inseguendole per toccar loro il sedere e giocare al gioco della bottiglia o a quello della verità, non in una chat dicendo duepunti-parentesi, duepunti-asterisco, duepunti-di, duepunti-pi… abbiamo avuto libertà, responsabilità, fallimenti, successi e abbiamo imparato a crescere con tutto ciò.

buon Natale e… mi raccomando.

roba di cinghiale e di amicizia

sere come quella di ieri non cambieranno la storia della mia vita.

probabilmente fra un pò me ne dimenticherò anche,
ma sono quelle che torneranno alla mente sempre velocemente,
splendide nella loro folle semplicità. perchè si parla di roba di moto,
ma soprattutto roba di cinghiale e di amicizia. tanta roba.

domenica di sole di inizio ottobre. due del pomeriggio.
nella mia testa un giro di pensieri: c’è il sole, vorrei andare in moto,
ma dove vado e con chi vado, voglio anche mangiare cinghiale,
è un pò che non ne mangio… ma dove vado e con chi vado,
e provo ad unire tutti questi pensieri, cerco un filo comune.
il connubbio moto_cibo trova sempre una sola risposta:
andre.

sms. ehi tu, sei a genova o a lavagna? sei in macchina o in moto?
ci troviamo a metà strada e andiamo a mangiare del cinghiale?

telefonata: …eehh???
…e da lì, come un domino, l’idea prende immediatamente forma,
i pezzi scombinati dei miei progetti vanno improvvisamente a posto in un colpo solo.
è un’idea assurda, ma assolutamente fattibile. alle sei a bedonia?
e andiamo.

sole e strade di montagna, curve e tornanti.
arrivo a bedonia prima io. uno dei due doveva aspettare, lo sapevamo.
mi sono portato un libro, intanto leggo un pò, roba di relaxing.
dopo una mezz’oretta arriva andre. scende dalla moto, neanche si toglie il casco.
mi guarda, mi punta il dito contro:
“senti un pò… mi spieghi perchè io e te dobbiamo sempre fare ‘ste cose?
io dovrei fare lavagna-genova, 35km, e faccio una deviazione di 140.
tu vieni apposta da mantova, 300km tra andata e ritorno… fai tu…
tra l’altro, solo noi potevamo incontrarci in un posto a caso
proprio il giorno di una festa di paese. ma perchè??”

la più attenta delle organizzazioni non potrà mai sostituire una bella botta di culo.
c’è una festa in paese. una castagnata. tanta gente, tanta roba.
con tante bancarelle di prodotti tipici e assaggini vari.
musica in filodiffusione per le vie del paese. musica blues, la mia preferita.
roba di John Lee Hooker o Muddy Waters.

aperitivo.
bar “gianni” o bar “l’altro”? l’altro, le cameriere sono più gnocche carine.
intanto che aspettavo andre, ho chiesto in giro dove mangiare cinghiale.
trattoria consigliata, ho già telefonato per prenotare. organizzazione live.
riprendiamo le moto per fare quei 5km e 4tornanti che ci separano dal ristorante.
ci sediamo e qui andre cade nel solito, immancabile, irrinunciabile errore:
“mi raccomando, abbiamo il ritorno da fare… mangiamo poco”
arriva la cameriera, io ordino subito il cinghiale e stop.
andre chiede cosa c’è di stagione. tartufi e/o funghi. i suoi occhi si allargano.
ho già capito cosa sta pensando: e adesso cosa scelgo?
il problema è che l’ha capito anche la cameriera e sorniona chiede:
“volete un assaggio di tutto?”
sì.

dunque: antipasto di salumi parmensi con gnocco fritto, cipolline all’aceto balsamico, insalata di funghi, tagliolini al tartufo, cinghiale in umido, contorno di funghi fritti, mezza di barbera, acqua, dolce, ananas, caffè, limoncino e, in cassa, un altro amaro stranguglìno che non ho capito bene cosa fosse ma che a ‘sto punto che’cce frega, ‘amo fatto trenta, famo trentuno. ahò. e quarantacinque euri in due, ‘anvedi.

stiamo per ripartire, di nuovo in solitaria. uno in una direzione, uno nell’altra.
stavolta per davvero, non come nelle foto idiote che facciamo di solito in giro.
la serata diversa che in pochi si sognerebbero di intraprendere. quasi nessuno. quasi.
“sono orgoglioso di avere un amico come te”, gli dico fiero.
“grazie a te, e per queste cose sai che ci sono sempre”, risponde lui.

roba di sincera, essenziale e folle amicizia.

un tuffo dove l’acqua è più blu

da circa sei o sette anni il copione ormai era sempre lo stesso.

fine estate, rientro nella solita routine, casa, lavoro, birra nel weekend.
quel preciso istante in cui non riesci a sopravvivere dei ricordi dell’estate, quando davvero ti è passata la sbornia ed è passato anche il mal di testa da day-after. quando ti rendi fottutamente conto che è finito il tempo delle vacanze, con qualche giornata piovosa in più e il sole sempre meno caldo che di sera una felpina schifo schifo non fa.

in questo preciso momento, partiva la mia propaganda sportivo-salutistica:
quest’anno, cascasse il mondo, mi iscrivo in piscina, nuoto libero, così mi tengo in forma
e il solito copione di mia madre che mi risponde che viene anche lei, che devo andare ad informarmi su orari e costi dell’operazione nuoto. allora mi armavo di incrollabile volontà e fede sportiva e facevo il giro delle piscine della zona, rubando elegantemente informazioni e volantini, analizzando tutti i dati in mio possesso per effettuare la scelta migliore. riportavo i risultati delle mie ricerche a mia madre che, in piena fiducia nelle doti organizzative del figlio, rispondeva con piglio serio: “adesso vediamo“.

era la fine immediata dell’acquatico progetto.

un treno lanciato a folle velocità si fermava istantaneamente colpendo un muro spesso un paio di chilometri. con quelle due parole, immediatamente si apriva una voragine di oblio e accidia per cui tutti i volantini e tutti i confronti di dati nel giro di un paio giorni finivano nel cestino, fatti a pezzi come coriandoli a carnevale. e mentre lei trovava il suo passatempo in un libro più o meno pesante come una putrella, io già pensavo a quali film scaricare per le mie fredde e pigre serate invernali. il nostro progetto, nel primo e unico momento di stand-by, moriva rovinosamente sotto il peso della nostra mal nascosta pigrizia sportiva.

e quest’anno non ci siamo certo sottratti alla nostra acquatica pantomima.
credo che mia madre un pò ci tenesse che io rifacessi la solita manfrina del:
quest’anno, cascasse il mondo, mi iscrivo in piscina, nuoto libero, così mi tengo in forma“.
per tentare di dare un senso di novità e togliere un pò di vecchiume, quest’anno lei ha pure ragionato su quali sere poteva, cioè quando al b&b ci poteva stare mio padre perchè non era impegnato con lo spiritualissimo coro eclesiastico.

il sorriso di mia madre comunque lasciava trasparire il copione già visto, la certezza materna di un “tanto lo sappiamo come va a finire” e infatti si era gia comprata “il ricatto”, l’ultimo libro di john grisham. e io mettevo in scaricamento alcuni film. tra cui point break. surf.

ok, rimane il calcetto che salva la resistenza alla corsa e i muscoli dalla cintura in giù.
e, se ci insisto, ‘sto sport mi fa anche un gran bel paio di chiappe, dicono…
ma con tutta la fatica muscolare che ho fatto a cercare di prendere due onde fatte bene,
ora dovrei affidare la funzionalità sportiva delle mie articolazioni superiori al download di emule?
no, stavolta no.

e in una sera piovosa di fine settimana, impugno il volante dell’auto con sguardo di sfida,
la strada che prendo non mi porterà subito a casa, prima devo passare di là.
entro e sento subito odore di cloro. abbonamento 15 ingressi, pago con il bancomat.
soprattutto, pago. stavolta il treno in corsa ha sfondato il suo muro. breakthru.

esco dalla piscina vittorioso, con la mia tessera azzurra in mano.
non c’è scritto il mio nome ne c’è la mia foto. è solo un badge per entrare.
ma tanto basta. stavolta il copione è cambiato. con i complimenti di un amico,
che, tra l’altro, mi sprona e mi consiglia sulla migliore attrezzatura da usare.

il primo tuffo però lo dedicherò a mia madre. spero che il suo libro sia avvincente.

…e uno

il gruppo storico era composto da 6 persone.

non me ne vogliano amici aggiunti nell’evolversi degli anni e nemmeno fidanzate o neo-mogli, nessuno si senta trascurato. l’affetto così come l’amicizia rimane e forte. ma “gli amici del lory“, “quelli del doolin” che poi per un’infinità di tempo si ritrovavano sempre nei weekend al tre scali, beh, si era in sei.

gallo, lory, teo, cox, curzo, ire.

negli anni del liceo abbia presidiato mantova, prima che università, o più semplicemente la vita, ci portassero distanti geograficamente, non certo affettivamente. se un tempo la cosa divertente era la birra al sabato sera a dire cazzate, poi è diventata la vacanza insieme a dire cazzate, poi la videochiamata su skype a raccontarci un pò di cazzate. oggi però l’evento è di quelli che spiazza sempre un pò: uno di noi si sposa, è il normale scorrere della vita, c’è un matrimonio a cui partecipare e un party in cui fare cazzate x divertirci.
la componente delle cazzate quella rimane immutata, nei secoli fedele.

il gallo sperava di non essere il primo.
voleva dire che l’addio al celibato, così come il party di nozze, avrebbero goduto di tutta la forza distruttiva e denigratoria che potevamo mettere in campo. noi 5 perfetti bastardi contro il più timido e riservato del gruppo. il bersaglio perfetto. ci piace vincere facile. giuda è stata una parola molto ricorrente. ed in cuor nostro eravamo tutti felici per il gallo e per elisa.

si sono anche fatte scommesse sull’ordine dei nostri matrimoni,
mi risulta che qualcuno, internamente al gruppo, abbia fatto un patto, una specie di sotto-sfida a due, assolutamente imbarazzante… ma sono cose che vorrei e dovrei dimenticare abbastanza in fretta.

potrei raccontarvi dell’addio al celibato che il gallo non si aspettava il giovedì sera prima delle nozze del sabato e posso raccontarvi della richiesta assolutamente suicida che elisa ha fatto al curzo, cioè di organizzare l’intrattenimento al party. è finita con 50 persone, di cui 16 inglesi amici della coppia, che si sono sfidate ad una guerra di torte di panna in faccia prima e a gavettoni dopo. nulla mi toglie dalla testa che il curzo preparasse questa sfida di panna dalla notte dei tempi, il suo grande sogno represso finalmente aveva l’occasione di libero sfogo. bello vedere la gente cambiarsi due o tre volte, o la sposa lavarsi i capelli sporchi di grasso vegetale con il nelsen piatti. con gli stessi inglesi che commentano “queste cose le facciamo in inghilterra ma non certo da sobri“.
ehi guys, we are italians. and especially, we are bastard inside.

mi son ripromesso di non pubblicare (quasi) mai foto su questo blog.
ma nel silenzio e nell’aria fresca che c’è mentre scrivo questo post, tra le moltissime e splendide foto che sono state fatte in questo divertentissimo matrimonio, una in particolare merita stavolta un’eccezione. racchiude l’evento ma anche un pò il momento della storia di noi altri, “degli amici del lory“, “quelli del doolin” che ora nei weekend al doolin ci si torna quasi sempre in due, io e il curzo,

che ancora presidiamo mantova, nel bene e nel male.

 

work sucks, go surfin’

nè più, nè meno. era la vacanza che mi ci voleva.

avevo bisogno di staccare. da tutto e da tutti.
non mi sarebbe bastata la solita solfa del:
“vai in spiaggia per 21 giorni e non fai altro che dormire”
a parte che a me non fare una cippa piace, ma poi stufa anche.
c’era bisogno di qualcosa che staccasse davvero, qualcosa di totalmente nuovo,
che mi tenesse impegnato anima e corpo, nonchè cervello, quel poco che uso di solito.

surf.
l’idea giusta, al momento giusto, perfetta e fattibile per il sottoscritto.
non lo sport della mia vita, ma qualcosa di simpatico e faticoso da imparare.
per conoscere un mondo nuovo, per dimenticarmi per un pò di quello vecchio.
ok, una mano me l’ha data il mio cellulare. sembrava lo sapesse.
avevo una mezza idea di lasciarlo definitivamente a casa,
ma tanto sapevo che sarebbe stato inutile, ero ancora rintracciabile.
e allora giochiamo anche a fare quello che ha una coscienza e portiamolo.
poi però la vodafone o la nokia, non so di chi sia la colpa,
hanno pensato bene di non farmi funzionare gli sms. solo chiamate.
ok. nella sfiga, vuol dire che le comunicazioni saranno poche ed essenziali.
in pratica, lo metto in un cassetto e ogni tanto mi devo ricordare che è lì.

sparisco dal mio mondo per un pò,
non sono neanche curioso di vedere cosa sarà al mio ritorno.
perchè poteva anche non esserci un ritorno.
un possibilità su un milione, ma poteva. colpa della crisi.
non ero curioso perchè proprio non mi interessava. ma nulla.
era la mia cazzo di vacanza e la cosa fondamentale era il sottoscritto.
e poche ed essenziali comunicazioni, ovviamente. giusto per dire che ero vivo.

non avevo un cappellino, perchè là in Spagna il sole picchia ma soprattutto
non avevo un cappellino per l’estate, perchè ogni estate ne devo avere uno diverso.
il primo che ho trovato aveva questa scritta: “work sucks, go surfing”
perfetto. action.

ora che sono tornato, come sempre dopo uno stacco drastico,
riconsideri tante cose. tanti giudizi e tanti equilibri li misuri in maniera diversa.
sei un pò più distaccato e per qualche tempo hai la lucidità oggettiva di dire che
‘questo sì, questo ma anche no’, ‘visto che avevo ragione io?’, ‘who cares?’…
e ditemi quello che volete, ma sono sempre più convinto che io vinco o pareggio.
work sucks, go surfin’ again. parola di Chello Sleitero.

per 15 faticosissimi giorni è stato un crescendo di olas, paella, shortboard,
minimalibu, mojitos, mute anti freddo, paraffina, fritture, sangria, leashes,
ronmiel, line up, wipe out, break point, jamon, surf’s up, pedal, pedal, pedal…

…rema, stronzo.

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