dopo due ore e venti di concerto

mi sembra di essere tornato indietro nel tempo,

quando tutto era un gioco pericoloso ma divertente, difficile ed emozionante al tempo stesso. ma tutto ora è perfetto, crescendo si affinano le tecniche. se poi uno è già bravo di suo, siamo tendenzialmente a posto.

la giornata è stata dura, è tempo di divertirsi.
stavolta si fa sul serio, stavolta è reale. non c’è via d’uscita. abbandona le tue dita al rock. un piccolo viaggio sulla strada, ma grande perchè so che questa musica mi porterà via fino alla fine. e stavolta ne farò parte, stavolta sarò anche io protagonista, forse un pò defilato, ma meglio così.

il cielo non promette nulla di buono, c’è vento, forse piove. ma che importa, who cares? ormai ci siamo e non si torna indietro. non c’è tempo per fare troppe cose, il concerto sta per iniziare iniziare, siamo qui per questo. walk this way, c’mon everybody. le prime canzoni sembrano un invito per tutti a divertirsi. io lo farò. la musica che piace a me, energia dentro, me la tengo stretta perchè non scappi troppo alla svelta. non voglio che scappi, perchè questa musica stasera passa anche un pò per le mie dita, di fronte al mixer, ma stavolta all’aperto, alla luce del sole. più o meno, data l’ora… who cares? c’mon everybody.

tutto va bene, tutti sembrano divertirsi. e questo mi rende felice, vuol dire che anche io, nel mio piccolo, ma proprio piccolo, sto facendo bene e sono soddisfatto. non devo distrarmi troppo, ma mi merito una birra, nel frattempo. piccola, non esageriamo. guinness? ma sì, dai. ne ho già bevute un paio, se andiamo avanti così non arrivo a fine concerto… e invece che ubriaco, ci arrivo ‘ballerino’, perchè nel frattempo tutti hanno raccolto l’invito energico del rock’n’roll e certe mie simpatiche conoscenze stanno facendo ballare pure me. evvai, l’ennesima figurina di m_ per il mio album che prima o poi finisco.

e dopo due ore e venti di un concerto bellissimo, si rientra a casa, che poi casa vera e propria non è, perchè stasera il fratellino ospita, che ha anche fatto le grandi pulizie, povero ragazzo. si pensa un pò alla levataccia di domani mattina, per tornare al lavoro. ma who cares? di canzone in canzone, di casello in stazione, abbiam fatto giornata che era tutta da fare e non potrei essere più contento di così…

…o forse si?!?…

lambrusco, rose & popcorn

serata di concerto rockabilly ieri sera, mio fratello alle tastiere.

arrivo un pò prima, stanno finendo di mangiare. c’è tutto il gruppo, e qualche altro ospite.
gente verace, di quelle senza peli sulla lingua, pane al pane e vino al vino, e il vino è ovviamente il lambrusco. si ride quando ti raccontano del tempo, figurarsi se ti parlano di donne. e nella maggior parte dei casi, si parla di donne. anzi, di figa, ad essere precisi, perchè c’è differenza, sempre per il discorso del vino al vino. io ascolto senza dire nulla, qualcuno sta raccontando le sue ultime vicende erotico/sentimentali ed è strano perchè quasi se ne vergogna un pò. conosco il soggetto e non è tipo da vergognarsi così tanto, m’immagino cosa può aver combinato. il colpo della vita, credo. di quelli che non puoi raccontare neanche ai nipoti, se mai ne avrai.

tra questi, un ospite è il ‘gialo’, conosciuto in certi locali come ‘pablo’, e non vi sto a spiegare in quali locali, diciamo non proprio posti per educande. sembrava di avere di fronte ligabue, con qualche chilo in più, giusto per non confondersi. il cantante intendo, non il pittore. catena cherokee al collo, anello, braccialetti, simil-rocker maledetto. parlata stretta e roca, capello sulla spalla, pane al pane, vino al vino, lambrusco&popcorn, come minimo è arrivato col custom. infatti.

‘gialo’ ci parla delle sue di avventure erotico/sentimentali, anche se di sentimentale c’è un pò poco. il dialetto non aiuta in questi casi, ma fa serenamente spanciare dal ridere. parla delle sue mille conquiste femminili, con particolare dedizione alla semplicità del suo carattere, perchè a lui la figa troppo complicata non gli piace, quella con un mare di capricci lo infastidisce un pò. lo deduciamo dai ripetuti ” e alura va a dar via al cul ” che condiscono i racconti sui mille piagnistei della preda di turno. però lui è un macho maledetto, uno che ne ha viste di cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare, uno che sa come si fa a mettere le cose in chiaro. addirittura in italiano.

perchè lei tocca la radio, poi il condizionatore, poi il finestrino, poi la sigaretta, poi c’ha freddo, poi c’ha caldo, poi la scarpa, poi il cd, poi l’accendisigari e allora te non mi puoi offendere l’esistenza, mentre io sono a 180km/h. perchè devi sapere che io con un solo piede riesco a fermare il mondo. se non la smetti, io pianto una frenata che te ti incolli sul parabrezza e da lì dopo è dura staccarti, anche con la spatola …(e qui una buona bestemmia, anche due o tre)… ‘

gente con le lacrime agli occhi. se me l’avessero raccontato, non ci avrei creduto.

fermo.immagine

tu non mi conosci e a conti fatti è meglio così.

neanche io ti conosco, a dir la verità, ed è sempre meglio così. ho appena preso il caffè del dopo pranzo perchè ieri sera è stata una serata difficile, oggi ho un pò sonno ma si prospetta un’altra serata di difficoltà media. c’è il serio rischio che venga sconfitto dalla fatica o da qualche forza oscura che taglierà le gambe alla mia presunzione di resistere. ma ora sto percorrendo questa strada di campagna, stretta ma carina, una scorciatoia per la mia prossima meta. sto pensando a tutto e a niente, a quello che ho, a quello che mi manca, a quello che vorrei. sto pensando anche al concerto di stasera, tutto da fare, che non abbiamo neanche la scaletta definita, inventeremo sul momento, come sempre. come invento sul momento i miei pensieri ora, seguo l’aria del finestrino aperto, seguo il profumo che arriva da fuori, seguo il sapore di caffè che ho appena bevuto. seguo la mia stretta stradina di campagna ed è rilassante. in direzione ostinata e contraria stai invece arrivando tu. posso darti del tu, vero? ci avviciniamo nel punto della strada compreso tra due curve, le nostre auto per forza rallentano nelle diverse direzioni e si incrociano lentamente, sembra quasi una scena da film, in cui l’attimo si ferma e la telecamera fa un giro a 360gradi prima che di nuovo gli oggetti ritornino a muoversi a velocità normale.
una scena alla matrix, per capirci.

ora, tu non mi conosci e neanche io, ma ci stiamo dividendo lo stesso attimo.
nascosto dai miei occhiali da sole, guardo verso di te e nella mia profonda inutilità provo ad immaginare che persona sei, se sei un bravo ragazzo o sei un fetente, se sei felice, se sei triste, se sei incazzato o sereno, soddisfatto oppure no. provo a guardare oltre i tuoi occhiali da sole a goccia e capire da dove arrivi e soprattutto dove sei diretto. magari stai facendo la stessa cosa tu con me, forse sei curioso di sapere che strada ho fatto io. forse non credo proprio, qui il pazzo sono solo io. però forse la mia è curiosità di capire se tu hai qualcosa che io non ho, se devo essere io soddisfatto di quello che ho, oppure no. perchè poi lo stia ‘chiedendo’ a te, bah, non so, è che sia te che io siamo passati per di qua nella nostra direzione ostinata e contraria. e che in questo calmo sabato pomeriggio stiamo dividendoci lo stesso tratto di strada, stiamo vivendo questo stesso fermo-immagine a 360gradi, lo stesso attimo di vita. chissa se ancora ci passeremo accanto proprio qui o magari da qualche altra parte.

e scusa tanto se mi sono intromesso nella tua vita, ma è stato un pensiero più forte di me.

roma roma roma

c’era una volta e poteva finire in rissa.

avevamo ospite una signora de’ roma
che alloggiava da noi perchè il marito doveva fare alcune cure ospedaliere qui in città.
così la mojie è da noi. e fino a qui, nulla de’ male.
core de roma, la signora parla romano… romanesco proprio, alla totti. come er pupone.
e fino a qui, nulla de’ male, ahò.
me raccontaa che su’ fija pure c’ha ‘aa moto (ha visto la mia fuori) e che sabato prossimo ‘a pupa scenne pure lei qua a’mmantova con er treeno. sarà divertente parlare de’ moto con su’ fija.

arrivò il sabato e pure la suddetta figlia. ore 9 di sera, io non ho cenato, la figlia neppure.
vado a prenderla in stazione, presentazioni:
f_: “ciao robbè! come va? m’ha detto mi’ madre che c’hai ‘a moto! pur’io, anveedi…
(…iniziamo bene, ahò)
cox_: “ben arrivata! ti porto al b&b, là c’è tua madre”
f_: “vabbbbene, annàmo…
cox_: “senti, visto che è tardi, che forse sarai stanca, con tua madre pensavamo di andare a prendere delle pizze da asporto, anche io devo ancora cenare. ti va?”
f_: “ahò, macchè scherzi? da favola, ce sta proprio, che ‘nfaatti nun c’avevo vojia de annà ar ristorante, piuttosto sartavo ‘a cena…daje, pizza!!
cox_: “bene, allora ti porto al b&b, mi dici che pizza vuoi, vado io a prenderla intanto che tu ti sistemi!”
f_: “magggico robbè. vai tranquillo, pe’mee me fai… ‘na margheritaaa…
cox_: “prendo anche da bere, già che ci sono?”
f_: “…eehhh, na’ birettaaaa… grazie robbè!…

e così fu. recuperate le pizze, ci siamo seduti a tavola io, lei e sua madre, intanto che ci raccontavamo der più e der meno… in pratica, 40minuti bboni de’ romanesco de’ roma, ma proprio roma roma roma… mi sentivo straniero a casa mia, ahò.

la cena finì e la madre prese la parola, rivolta alla figlia:
m_: “daje, che se ne annàmo in camera a fà du’ chiaccheree…”
f_: “ma’cche scherzi? ma so’ manch’eee dieci, se ne annàmo fuori, io vojo uscì!’…
(poi si gira verso di me) …che’cce stà da fà a’a sera a’mmantova, robbè??

ho risposto senza pensare: “…’n caaazzo!!”

è stato più forte di me, meno male che l’hanno presa sul ridere.

gli altri ignari clienti

vieni in vacanza in liguria. è l’una e mezza passata e stiamo entrando in trattoria.

ormai è la nostra trattoria, si mangia bene, si spende il giusto ma soprattutto ci divertiamo.
e_ (il cameriere) neanche ci saluta. “eh belin, potevate aspettare ancora un pò ad arrivare, volete mica anche mangiare adesso? forse qualcosa è rimasto, mettetevi lì che adesso arrivo…”
questo è stato il benvenuto. gli altri clienti del locale a quel punto guardavano un pò straniti tutta la scena. loro non possono capire, avventori da ‘una botta e via’. dopo cinque minuti esce il cuoco dalla cucina, grembiule sporco ancora addosso, mani sporche di farina. ci guarda con fare deciso, quasi minaccioso: “volete ordinare o faccio io?” le nostre risate coprono la risposta: fai tu. che tanto lo sappiamo che anche se ordiniamo, fai tu lo stesso. “appunto!”
gli altri clienti sono sempre più esterefatti.

mentre mangiamo i nostri squisiti piatti a base di pesce, arriva la g_, effettivamente tirata da mezza gara, e i discorsi e i commenti non sono dei più aulici e raffinati. gli altri clienti non sanno più dove guardare anche perchè, nel mentre, ritorna e_: “belin ragazzi, pensate a mangiare con a tavola una così??” prendo io la parola: “si, sarà anche gradevole da vedere, ma parlaci insieme 10minuti che poi cambi idea…” il cuoco chiude la cucina e si mette a mangiare con noi, di fianco a me. discutiamo insieme per 10minuti, poi si gira verso di me e fa ‘sì’ con a testa. te l’avevo detto, basta parlarci 10minuti e rivaluti tutto il discorso. gli altri clienti cercano di finire alla svelta, ormai hanno perso completamente ogni punto di riferimento.

e_ ci conosce da tantissimo, da quando ancora noi si doveva tornare a casa verso le undici. e a questo punto si lascia andare in considerazioni finali, rivolto a tutti ad alta voce nel bel mezzo della sala: “…belin gente, questi qui da piccoli erano tanto dolci, teneri, timidi… e adesso guardalì lì, sono veramente dei pezzi di merda!!”

gli altri ignari clienti hanno continuato a non capire.

esperimenti sociologici non autorizzati

avere un b&b ti porta ad avere tante persone per casa.

tante, nel senso che tante tipologie di persone passano per le tue stanze, con le loro felicità, con i loro problemi, con i loro ormoni, con i loro… e quindi miei… rompimenti di cazzo. gli esperimenti sociologici che si possono fare con questi soggetti è impressionante. io ho poco tempo per farli, lavorando durante la settimana in ufficio. ma nel weekend, se capita, mi sbizzarrisco.

attualmente le mie vittime preferite sono quelle che dicono di scegliere il b&b perchè offre il calore di una casa, di una famiglia. togliamo quei 5 che la pensano davvero così, tutti gli altri mentono. spudoratamente. sono quei mascalzoni che cercano strutture alternative all’albergo, economicamente inferiori (e qui non gli si può certo dar torto), ma che poi trovando il b&b chiedono gli stessi servizi e comfort del 3stelle che hanno appena abbandonato. però dicono di scegliere il b&b perchè offre il calore di una casa, di una famiglia. ok, bravi. il vero b&b, come tu dici di volerlo, è una stanza, in una casa, di una famiglia. non ti incazzare se il bagno non è in camera. a casa tua ce li hai i bagni in camera? e allora se invece dell’albergo scegli una casa, perchè qui li dovresti volere? hai scelto tu. ti va ancora bene che casa mia è grande e riesco a dare un bagno per ogni stanza, ma è in fondo al corridoio. chiedo: dov’è il bagno a casa tua?
solo uno mi ha fregato, i bagni in camera a casa sua diceva di averli sul serio.

l’ennesimo tritapalle dice che in camera c’è freddo. il termostato è regolato sui 22gradi, non c’è freddo. faccio il giro della casa da fuori, il fenomeno ha le finestre aperte. chiudile. troppo complicato, è perchè deve fumare di nascosto. in camera non si può, c’è tanto di cartello, ma lui è furbo due volte, fuma lo stesso vicino alla finestra aperta, pensando di sfangarla. si sente l’odore di fumo dal corridoio, pirla. il mattino dopo, a colazione, il furbastro in mezzo agli altri ospiti, si lamenta per il freddo che c’era. pensa di farmi fare brutta figura col resto degli ospiti, ma oggi sono particolamente in vena e rispondo: “ha ragione, c’era freddo. mi scuso tantissimo, abbiamo controllato. purtroppo qualcuno ha fumato in camera benchè vietato e i sensori antifumo hanno bloccato la caldaia. sono sofisticatissimi e sensibilissimi. mi spiace che lei abbia patito freddo, ma non so proprio chi può essere stato, mi spiace davvero…” – “…ah sì? il sensore? non li ho visti… (non ci sono, pirla!) …però non si preoccupi, poi siamo stati bene lo stesso…” problema risolto.

contemporaneamente, attimi di terrore tra gli ospiti che stanno facendo colazione e che hanno sentito tutto. sguardi inquisitori per tutta la sala. code di paglia lunghe da qui a dusseldorf. ricerca spasmodica del giuda, due correnti di indagine: speriamo-non-mi-abbiano-beccato // chi-è-il-coglione-che-ha-fumato-in-camera?
probabilmente il rompiballe non era il solo fumatore di frodo.

è stato spassosissimo.

l’Armando ci ha fatto lo scherzo

nella follemente giusta ruota che è la vita,

succede prima o poi, inevitabilmente, che qualcuno vicino a noi per così tanto tempo, parta per l’ultimo viaggio e noi ci sentiamo inermi nel non poter fare nulla, se non sperare che l’inizio del viaggio da qui a là avvenga con meno sofferenza possibile. è una magra consolazione, non è egoismo o cinismo, è una forma folle ma giusta di volere veramente bene ad una persona. perchè tutti prima o poi dobbiamo partire, perchè è una ruota che gira e per un edoardo che è arrivato, purtroppo c’è un Armando che se ne va.

la vita non finisce, si trasforma in qualcosa d’altro, sicuramente migliore. il modo più dolce per far continuare a vivere una persona è il ricordo di essa, negli aspetti belli, in quelli brutti, nei pregi come nei difetti, in ciò che di lui o lei ci piaceva ed in quelli per cui era insopportabile. il ricordo di tutto e per tutto, così come quando era qui. solo così sarà per sempre ‘vivo’.

questo post è il mio ricordo, il mio saluto per il signor Armando.
è proprio strano il destino, che lei abbia deciso di andarsene di domenica, il giorno che tradizionalmente riusciva a riunire la sua famiglia per pranzo. e così è stato anche oggi, ma non c’erano tavole apparecchiate. io la conoscevo poco, anche se per un pò ci siamo visti, incontrati a quelle tavole. e poi l’ho conosciuta nelle attenzioni di suo figlio, nei sorrisi (o a volte negli sbuffi) di sua figlia, nei racconti di sua nipote, che ho capito anche da dove ha preso di quel pizzico di follia che la rende unica nel suo genere…

caro Armando, il mio ricordo è di tutte le volte che ci vedevamo e mi chiedeva delle miniauto della mia azienda, perchè sperava di averne una a buon prezzo, un ‘losco’ affarone col sottoscritto… ‘a quanto le mettete? ma sono cambiati i prezzi? ne è entrata una usata ma messa bene diciamo nuova al prezzo di una usata messa malissimo diciamo un rottame??’… perchè poteva essere interessante per quando la patente non gliela avrebbero più rinnovata, perchè lei doveva comunque avere la possibilità di spostarsi e muoversi, lei doveva fare&brigare chissà cosa, meglio mettere le mani avanti…

la ricordo per quella volta che le hanno fatto lo scherzo, così impassibile nel bere quella schifezza a base di pompelmo rosa e altri liquidi indefiniti, pur sapendo forse che si trattava di una burla, ma andando avanti per il bello della goliardia in famiglia. adesso invece lo ‘scherzo’ ce l’ha fatto lei in questa domenica di entusiasmo calcistico per un derby da curva sud.

ora immagino che lei sia là a scoprire il suo nuovo mondo, a capire come muoversi perchè lei deve fare&brigare chissà cosa anche lì, a fermare un angioletto dicendogli che ‘…ci sarebbe… da spostare quella nuvoletta là e metterla qui così la mia è più morbida e comoda…’ il povero cherubino sa già che per il favore sarà ricompensato con i cioccolatini presi al ‘defilla’ di lassù.

arrivederci signor Armando, è stato un piacere averla conosciuta.

il 9 in pagella dei fratelli samoa

i fratelli samoa siamo io e mio fratello per la compagnia di calcetto.

ci hanno chiamato così il giorno che dovevano fare l’elenco della squadra, che non sapevano qual’era il nostro vero cognome e qualcuno se ne uscì con questo, pescato da chissà quale collegamento mentale deviato. per alcuni mercoledì tutti credettero che ci chiamassimo veramente così, poi si chiarì, ma ovviamente il soprannome è rimasto. da allora siamo i fratelli samoa e spesso ci fanno giocare divisi perchè sanno che insieme siamo un pò meno scarsi, perchè io conosco i movimenti di mio fratello e lui i miei. e ci risulta tutto un pò più facile.

ieri sera invece eravamo in squadra insieme.
supportati da una difesa di stampo rumeno, nel senso della nazionalità dei difensori, i fratelli samoa hanno impostato la partita su recupero palla e ripartenze, lanci lunghi e pedalare. non ce n’è stato per nessuno, davvero. passaggi, dribbling, cross e gol che non ci verranno mai di nuovo a riprovarli mille volte. in squadra eravamo anche in uno in meno. abbiamo vinto. e largamente. l’unica partita al mondo dove alla fine due compagni di squadra si scambiano la maglia in una sorta di autocelebrazione de’noaltri. e alla consueta birra post-partita, tutti hanno riconosciuto che stasera davvero, non ce n’era per nessuno. per mercoledì prossimo hanno minacciato di farci giocare divisi, uno in una squadra, uno nell’altra.

ma stavolta, il 9 in pagella dei fratelli samoa non ce lo leva nessuno.

c’era una volta a natale

c’era una volta,

le corse dell’ultimo minuto per comprare i regali,
le corse dell’ultimissimo minuto per impacchettare i regali,
il sorteggio tra fratelli per andare a prendere la nonna
e farsi mezz’ora di discorsi monodirezionali perchè lei è sorda
e tanto argomenti in comune ce ne sono proprio pochi
a meno che uno non sia colpito da dolori di varia natura.

c’era una volta,
la mamma che staziona in cucina a fare da mangiare,
che tanto nessuno mangerà mai tutta, tuuuttaaa quella roba,
se non nei successivi x-giorni, dove ‘x’ è un numero altissimo
e quest’anno ci manca anche Briciola che ci dà una mano…ops, una zampa,
c’era la cena della vigilia con la tavola elegante, con l’apertura dei regali
che molti informatori e spie dell’ultimo mimuto avevano più o meno pilotato,
in un susseguirsi di richieste sottobanco alla disperata del tipo ‘a lui cosa serve?’,
in cui alla mamma si regala un docciaschiuma all’albicocca&pesca
e al papà una raccolta di arie di maria callas, che accidenti a me
e a quando gliel’ho conseganto prima della cena, dopo almeno conciliava il sonno…
e poi anche al pranzo ufficiale di natale, quello con la nonna,
che mio fratello ha perso il sorteggio ed è toccato a lui andare
e a conoscere l’universo sconosciuto dei dolori reumatici…

c’era una volta,
e fortunatamente c’è ancora,
l’abitudine di ritrovarsi a casa mia tra noi vecchi insopportabili amici,
in quello che i più benevoli chiamano ‘natale a casa cox’,
ma che in realtà profuma moltissimo di ‘fuga dai parenti’,
e che bello rivedervi tutti ancora una volta, a dir vaccate,
e che bello è stato vedere le vostre facce, tutte quante,
quando avete aperto i sacchetti regalo e avete iniziato a giocare.
il più bel regalo di natale è forse stato vedere questo.

c’era una volta,
il giorno dopo natale, che inizia l’atroce carneficina degli avanzi,
che ancora sembrano piatti normali, un pò perche è passato poco,
un pò perchè le mamme ma soprattutto le nonne sanno come sistemarli…
che oggi tocca a me riportare a casa la nonna
perchè mio fratello è già partito, e dai, una volta per ciascuno ci sta
solo che ora che alla nonna è passata l’euforia da festeggiamento,
parla un pò meno e soprattutto di cosa deve fare una volta a casa
e quindi a me è andata un pò meglio che a lui, a dirla tutta.

c’era una volta…
ed era un natale difficile:
le renne avevano la dissenteria e il vomito,
babbo natale aveva dovuto pulire tutta la stalla,
metà degli gnomi era a letto con l’influenza,
gli elfi erano in sciopero per solidarietà con i tacchini.
poi si era rotta la slitta e babbo natale si era appena maciullato un dito per aggiustarla.
quando all’improvviso entrò un angelo e disse:
“auguri per un felice natale!! dove metto l’abete??”
fu così che nacque la tradizione dell’angelo in cima all’albero.

tanti auguri a tutti.

al tugo nevica un pò

sto tornando a casa dopo uno splendido weekend. davvero, splendido.

quei weekend in liguria che sanno tanto di spina staccata col mondo, quel mondo alternativo dove tutto è conosciuto ma tutto è nuovo, tutto è intenso ma calmo nello scorrere delle cose, dove le giornate passano in un secondo e invece quando ti chiedi che hai fatto oggi, la mattina e tutte le cose in mezzo sembrano tanto lontane, che quasi non ci credi. quei weekend dove non vuoi perdere neanche un secondo perchè sai che sarà comunque bellissimo, che parti alla sera uscendo dall’ufficio con la valigia in macchina e ritorni il lunedì ad orari mattinieri improponibili. magari anche un pò dopo, se le cose prendono una piega strana…

quei weekend dove gli amici li vedi quasi tutti, li senti, li vivi.
e che sia quel che sia, maledizione, le persone le vivi e non puoi farci niente.
un weekend dove una pizza al venerdì è quasi un evento, che ti immaginavi poteva finire così, dove al sabato prendi stranamente un treno e raggiungi un altro dei tuoi amici, come se da te partisse la chiamata a raccolta di quel che sarà per un paio di giorni. c’è il sole, si sta bene. giri, fai qualche commissione, come fossi uno di lì. poi di nuovo un’altra serata, tutti insieme in compagnia, e di nuovo il giorno dopo, davanti ad un piatto di cinghiale veramente enorme che ci crea non qualche difficoltà.

e poi l’apice dello schiamazzo, quegli applausi e urla di gioia in un teatro troppo elegante per queste cose, per festeggiare e partecipare all’emozione di uno di noi, teso e paonazzo là sul palco, a cantare canzoni decisamente non del nostro genere, ma che per una sera ci uniscono e ci fanno lo stesso urlare, per lui, per noi, per tutti noi, alla faccia delle signore eleganti che sedute di fianco a noi ci guardano un pò schifate. ed allora è ancora più bello fare il tifo per lui.

al lunedì mattina si riparte, con quattro ore di permesso nello zaino, che rendono la cosa ancora più sublime, che ti fanno uscire dall’etichetta di turista e ti fanno entrare quasi in quella di pendolare lavoratore… ma prima di andarsene, ci sono ancora un paio di questioni da sistemare e chissenefrega se la seconda porta via un pò di tempo. davvero, chissenefrega. per quello che non ho fatto e avrei potuto fare, per quello che ho fatto e avrei potuto non fare. chissenefrega perchè in fondo certe persone le vivi, in un modo o nell’altro (soprattutto nell’altro), e non puoi proprio farci nulla perchè è più forte di te. se là in fondo c’è un pò di vuoto, da qualche altra parte c’è qualcosa che proprio non se ne andrà mai più. e che sia quel che sia.

e mentre percorro l’autostrada del ritorno so già che mi fermerò, come sempre, all’area di servizio ‘tugo est’ per un caffè proprio sul passo della cisa, che in una galleria di un paio di kilometri divide la mia vita di quà da quella di là, divide un bel weekend di sole da una grigia settimana di lavoro in attesa delle feste.

e proprio per ricordarmi che presto sarà Natale, lassù al tugo nevica un pò.

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