non sarà mai più lei

una lunga strisciata sull’asfalto,

poi il cordolo e quell’albero messo lì, quasi ad aspettarla…
rovinata nei suoi punti più vitali, un denso liquido nero come sangue che usciva dal suo cuore, il motore. un nuovo dottor frankenstìn la sistemerà e la rimetterà a posto, ma non sarà mai più lei, non sarà mai più “frau bluker”. la nuova e sfrontata “hornet” già fa la padrona in garage, con la sua livrea blu metallizzata e quei quattro cilindri pronti, si spera, a fare nuovi chilometri.

nella parole di un compagno di viaggio, il miglior ricordo:

“…frau bluker t’ha portato ad agosto
dove nessuno è mai stato portato
dopo aver preso la patente a gennaio…”

a caponord, in effetti. scusate se è poco.

a giulia e lino

giulia e lino, da un pò, non ci sono più.

nella vita di ciascuno di noi ci sono persone che pare possano essere catalogate come ‘conoscenti’, ma nel momento in cui mancano ripercorri involontariamente la loro storia, come e quando sei entrato in contatto con loro e cosa hanno portato loro nella tua vita. giulia e lino erano entrati nella mia di vita prima ancora che io nascessi…

…ce lo aspettavamo dopotutto, data l’età, ma non avevamo mai voluto sincerarcene veramente, un pò per i mille impegni che affollano la nostra vita, o forse per timore di sentirci dire che in effetti era davvero così. ma stamatina in un momento di calma abbiamo chiamato la loro figlia, amica dei miei, e abbiamo sentito quello che dentro di noi, malinconicamente, sapevamo.
giulia e lino non ci sono più.

abitavano a levanto, liguria, appena fuori dal paese, prendendo una strada in salita si arrivava a casa loro, sul versante di una montagna. nel versante di fronte, c’era una volta un campeggio abusivo. i miei erano in quel cameggio la sera che gli ‘sbirri’ sono arrivati a chiudere tutto. in mezzo ad una strada in un giorno di giugno, hanno pensato di andare a chiedere un pezzetto di terra per mettere la tenda ai proprietari di quella casa rosa, sul versante di fronte. conobbero per la prima volta giulia e lino. l’estate successiva andarono direttamente da loro, e poi ancora, e poi ancora, il pezzetto di terra diventò un’area, che diventò un vecchio ovile rimesso a posto con un fornello e un letto, che diventò un miniappartamento, sempre condito da quel tocco di abusivismo che mai non guasta. ho fatto lì il ‘mio primo campeggio’, a sei mesi. ho fatto lì il mio primo campeggio senza genitori ma con un amico. i miei erano tranquilli, perchè all’occorrenza c’erano giulia e lino.

insieme una vita, 63 anni. cose splendidamente fuori dal normale.
giulia era una signora gentilissima, ogni volta che andavamo a trovarli apparecchiava la tavola con pane, caciottine, formaggi, acqua, vino e dolci e noi si faceva una merendina talmente sostanziosa che ringraziavi il cielo che la strada per tornare al paese era in discesa, perchè se no ti toccava dormire lì. e poi faceva uno stufato di cinghiale che era la fine del mondo. è stato da loro che l’ho mangiato per la prima volta e buono così, raramente l’ho mangiato da altre parti.

lino era un pazzo. di quelli buoni, ovviamente, ma fuori come un poggiolo. era un partigiano, quello ha sparato e combattuto su quei monti. camminava per le montagne che neanche noi baldi giovani riuscivamo a stargli dietro. ci raccontava le storie di una vita, gli aneddoti divertenti e se non lo erano li rendeva tali. raccontava storie di vita vera, la sua. ci raccontava delle sue uscite clandestine per uccidere i cinghiali, insieme al comandante dei carabinieri, alla faccia della clandestinità… cacciava cinghiali di frodo perchè tanto, diceva, alla sua età non possono proprio metterlo in galera. un pazzo, di quelli sinceri. come quando ci ha raccontato di aver trovato in uno dei suoi casolari sparsi per i ‘suoi’ monti un arsenale di qualche brigatista o roba simile. ha denunciato subito il tutto, ma le due bombe a mano che si è tenuto, beh, quelle no. e con occhi sornioni ci ha detto che funzionavano molto bene. e tutte le volte che andavamo a trovali, intanto che ci rimpinzavamo col banchetto preparato dalla moglie, lui si presentava con la spada da generale dell’esercito e ci raccontava, di nuovo, la storia di come aveva fatto a trafugarla, nascosta lungo la gamba dei pantaloni, fingendosi ferito… ed io ero estasiato per come la racontava, ridevo come se fosse stata la prima volta che sentivo quella storia.

hanno accolto in casa loro prima i miei genitori ed i loro amici, poi me ed i miei di amici, sempre a braccia aperte, con il sorriso, con le loro storie, con le loro cose buone da mangiare, con la loro simpatica e sincera gentilezza.

se amo la liguria, e tutto che ne è conseguito, è stato anche per merito loro.

feiʒu’ada acabada

circa una settimana fa,

i miei vicini di casa brasiliani, brava gente dopotutto, mi hanno invitato a casa loro a mangiare il loro piatto tipico, la ‘fagiolata’ …la feijoada brasiliana, che è un pò l’equivalente carioca della nostra milanesissima casssseeoouula. l’avevo mangiata solo un’altra volta (la feijoada intendo) in portogallo e mi faceva piacere farne un gustoso replay. al momento dell’invito, peraltro ‘leggermente’ forzato dal sottoscritto ma neanche poi tanto, ho chiesto cosa dovevo portare da bere. a quello, per galanteria, ci avrei pensato io. mi sono sentito rispondere caipirinha.

a parte che l’ultima volta che ho pasteggiato bevendo solo cocktail i miei non c’erano, avevo gente che dormiva sul tappeto d’ingresso e gente che faceva sgommate in auto per strada davanti a casa, per stavolta ripiego dicendo che non so dove cazzo trovare della caipirinha e che quindi porto del vino rosso e tanti saluti a tutti. comunque, tutti eravamo entusiasti della cosa.

oggi è il gran giorno.
mi sono alzato presto e sono un pò stanco, come di uno che ha dormito poco, a dirla tutta. però sono felice. anche perchè è il giorno della feijoada brasiliana. ho con me il vino. trascorre la mattinata, come sempre la domenica, tra colazioni e camere da rifare. arriva l’ora di pranzo. sento del trambusto in casa dei vicini, ammetto di avere avuto già un pò di acquolina. accelero i lavori per finire e poi godermi la ‘mazzata’ carioca. sono sempre stanco, ma felice.

tendo l’orecchio e di là dai vicini tutto tace.
allora esco sul balcone e guardo verso il loro appartamento. finestre e porte della terazza completamente chiuse, tapparelle abbassate. un dubbio mi coglie. suono alla porta. nessuno risponde. ri-suono alla porta, nessuno ri-risponde. posso capire la saudade, ma il mio stomacao està vuoto, maledicao… chiamo mia madre, nella speranza che almeno in famiglia qualcosa sia rimasto per un povero figlio disgraziato. ci sono i tortelli di zucca fatti dalla nonna, che vuol dire dosi da esercito lanzichenecco. qualcosa c’è dunque ed è anche buono, la nonna è una garanzia culinaria di prim’ordine. il vino ce l’ho io. come in liguria, anche le specialità brasiliane sono due: feiʒu’ada e prenderlo in quel posto. e la feijoada està acabada …finita.

ai prossimi mondiali vi faremo un culo così.

storie di persone e colazioni

stamattina ho messo la sveglia alle sei. ‘sabato’, ‘sveglia’, ‘sei’.

a parte che iniziano tutte con la ‘s’, mi chiedo: perchè? perchè sono sfigato, che inizia con la ‘s’. no, perchè ‘s’eriamente devo fare il mio ‘s’econdo lavoro, quello di ‘s’impatico, pacioso ed imprevedibile albergatore. ma ho messo la sveglia alle sei perchè so già che non mi alzerò mai alle sei, mi sveglierò e mi godrò un pò quel dormiveglia prima di mettermi al lavoro davvero. e giusto per continuare sulla linea del calduccio, quasi quasi mi alzo e entro in una doccia bollente, così almeno assesto l’equilibrio mandetendomi sempre in temperatura. esco di casa prima delle otto, nessuno per strada, trovo parcheggio un pò lontano ma due passi li faccio fin quasi volentieri. inizio ad apparecchiare le tavole e la prima a presentarsi a far colazione è una gentile signora anziana, minuta, ma dalla voce squillante. temo quelle persone, perchè non stanno mai ferme, sempre in movimento a fare, brigare, spostarsi, vedere, andare, camminare… oppure ferme a raccontarti la storia della loro vita, senza darti la benchè minima possibilità di dialogo. roba che quando inizi tu dicendo ‘a me una volta…’ loro hanno un aneddoto simile e cominciano a raccontartelo e tu non sei neanche ai titoli iniziali del tuo di episodio. spero sia il primo tipo di nonnina, così fa colazione e se ne va, che tra l’altro sta uscendo anche una bella giornata.

no, non è quel tipo di nonnina. è l’altro.
in poco meno di un’ora (e mi è andata fin bene), mi sono ascoltato tutta la sua vita per sommi capi, partendo dalla somiglianza che io ho con mia madre, passando ai suoi cani che sono morti (ciao Briciola…), fino a raccontare che suo marito ha tentato di ucciderla con un machete.
almeno, non sono le solite storie di reumatismi, sciatica, femori spaccati e vene varicose.

ho atteso con ansia terribile l’arrivo dei secondi ospiti che dovevano far colazione. e come sempre, la mia ancora di salvezza arrivava da genova. una coppia, genoani purtroppo, ma a cui mi sono ‘aggrappato’ perchè, dopo passato e presente, avevo paura che la signora mi parlasse del suo futuro e di cosa volesse fare da grande. poi, quasi contemporaneamente ai genovesi, è scesa una coppia di francesi. eehh, ma allora ce l’avete con me stamattina. dai, facciamo un gioco. si chiama: indovina che tra le due coppie ho servito per prima, a chi ho chiesto se era tutto a posto e a chi ho offerto dell’altro caffè e alcune fette di torta sbrisolona?
esatto. a me ‘genova’ è sempre piaciuta, come zona.

finisco le colazioni per tutti gli altri e mi metto io a farla. finalmente cinque minuti di relax. chiama mia madre. e ti pareva. inizia a raccontarmi la storia della buona vecchina che stava per essere uccisa dal marito col machete. argh. voglio solo sapere a che ora arrivano i primi, nuovi ospiti di oggi. sta arrivando da me una famiglia, devo preparare le due biciclette che ci sono qui in cantina. strano, di bici ne ho anche nell’altra casa… mah. come tutte le biciclette in cantina che si rispettano, le ruote sono sgonfie. devono essere sgonfie, per contratto. e, sempre per contratto, non c’è mai nulla per gonfiarle. mi si fredda il thè, maledizione. arriva la famiglia. ho capito perchè servivano le bici qui. cinque figli più papà e mamma. data la bella giornata di oggi, hanno deciso di muoversi in città pedalando. quelle dell’altra casa erano già state consegnate.
in pratica, sembrava la partenza del giro d’italia.

tralasciamo le camere da risistemare, tralasciamo che in una stanza il deodorante per ambienti è caduto e si è rotto e sembrava di essere in una camera a gas, tralasciamo che ora puzzo di deoambipur al gusto che non so qual’è ma mi fa schifo, arrivo a casa e pranzo. prima di entrare, prendo la posta. c’è una lettera (non cartolina, lettera) dal regno unito. ho un paio di amici là, ma nessuno, dico nessuno che conosco che si prenda la briga di scrivere una lettera a mano, si viaggia via mail, chat, skype (se solo mi decidessi a metterlo). forse forse un romantico della carta e penna c’è ancora e può mandarmi i suoi saluti da braiton’… però suona strano.

apro la lettera e viene fugato ogni dubbio, perchè la calligrafia proprio non è nei miei archivi della memoria. soprattutto non capisco quei settanta euro che ci sono all’interno. leggo il nome e mi suona di già sentito. ma certo, una richiesta di camere di qualche giorno fa… la pazza pignola inglese ha mandato la caparra per posta. dio salvi la regina. questa qui la voglio proprio conoscere, è più precisina e pignola di me. le rispondo per e-mail che sono arrivati i soldi, la ringrazio moltissimo e dentro di me provo paura, perchè questa è matta. però caspita, quando arriva? mica è segnata nel registro presenze. panico. rischiamo l’incidente diplomatico con i sudditi di sua maestà. preparo il kilt che ho comprato in scozia, ci sarà da guerreggiare. libertààà… ricontrollo la sua e-mail di richiesta. prenotazione dal ventotto luglio duemilaotto al primo agosto duemilaotto. in pratica, fra dieci mesi. vorrei concludere la mia e-mail come faccio sempre, scrivendo ‘grazie per la sua conferma bla.bla.bla… arrivederci a presto. cox’

ma stavolta proprio non ce la faccio. god save the Queen.

la torta di riso è finita

sei stanco della solita ospitalità? vieni in vacanza in liguria.

venerdì sera
ci ritroviamo tutti, il gruppo degli Ingestibili. nessuna voglia di cucinare, si esce a cena, del resto noi conosciamo un posticino. andiamo, entriamo, ci sediamo. arriva il cuoco con tre piatti colmi di roba. ‘…volete acciughe fritte?’, chiede. ‘ma sì…’ e ci lascia direttamente i piatti. ritorna il cuoco con un altro piatto colmo di roba. ‘…volete mica le cozze al limone?’ e prima che noi rispondessimo, ce le aveva già lasciate sul tavolo e se n’era andato. ritorna per la terza volta e ha in mano una padella, enorme, da cui spunta un mestolo. ‘…volete mica delle trofie al nero di seppia?’ …uhm, buone, e ci lascia direttamente la padella. i due litri di vino bianco chiesti devono ancora portarceli. abbiamo ancora un languorino e chiediamo dei gamberoni alla griglia. dopo un minuto spunta il cuoco dalla porta della cucina e in mezzo al locale urla: ‘…di chi sono i gamberoni?’ noi timidamente alziamo la mano: ‘nostri…’ ci guarda: ‘alla livornese??’…‘no, alla griglia’…‘alla livornese!!’…‘va bene…’ e ci porta un’altra padella che ci lascia ancora direttamente sul tavolo. in pratica noi stasera di quello ordinato abbiamo avuto solo il vino. anche le posate ce le siamo prese da noi dai tavoli vicini. liguria: non hai ancora visto niente…

sabato sera
dopo una bellissima camminata di sette ore per i monti, vengono a trovarci due miei amici delle mie parti. ritorniamo tutti insieme nello stesso locale di ieri. ordiniamo: trofie, frittura, vino bianco, gamberoni alla livornese. dopo un minuto spunta il cuoco dalla porta della cucina e in mezzo al locale urla: ‘…di chi sono i gamberoni?’ noi timidamente alziamo la mano: ‘nostri…’ ci guarda: ‘no, no, meglio lo scorfano, è più buono!’ e vai, anche stasera si mangia solo quello che vuole il cuoco. siamo al dolce, vado a chiedere e lui mi vede arrivare. inizia a preparare il conto. ‘no, senta, ho bisogno di altro’…‘e cosa vuoi?’…‘due panne cotte col caramello e una liscia’…‘prenditele un po’ nel frigo! e lì c’è il caramello…’ mi servo da solo e nel frattempo chiedo anche cinque limoncini ghiacciati. dopo qualche minuto il cuoco si presenta con una bottiglia da cocacola ricoperta di ghiaccio contenente il suddetto limonino. ‘i bicchieri ce li avete?’ avevamo quelli usati per la cena. ‘…tenete un pò!’ e ci lascia tutta la bottiglia sul tavolo. al momento del conto infine, se ne esce con un pericolosissimo… ‘eehh, stasera spendete un bel po’…!

chissenefrega, sempre meglio che sentirsi dire che la torta di riso è finita…

dolcetto o scherzetto

aldo, il mio spettacolare compagno di scrivania,

quello che al venerdì augura sempre ‘un focoso weekend’ a tutti, oggi è in forma. prende in mano il telefono e chiama:

a_: si, pronto, brontolo*, dove sei?…
(*brontolo = luciano, cacciatore di angeli con doppietta caricata a bestemmie)
… … …
a_: …e alura sbòrat! am serf al furgòn!
… … …
a_: eh, par andà a fighi!! a carghi an stràmas da dre’…

fine della telefonata. si gira verso di me:
a_: come va lì a vicenza da quel punto di vista? parlo di ragazze…
cox: no, niente, vado solo a giocare a calcetto.

…e parte il suo racconto:
“io lì, mi sono sempre trovato bene, nel triangolo dei bermuda, tra verona, vicenza e treviso. lì quando avevo venticinque anni, facevo leva sui sensi di colpa delle giovani ragazze cattoliche, oppresse dalla chiesa, che quando decidevano di concersi ièra d’li gugioli ad prima riga. non come in emilia, già più emancipate, che ‘i t’la dava gnanca satz sigavi, ma lì nel veneto, oh ‘a parli ad trent’ann fa, bastava lavorarle un pò che dopo ag vulea in quatar par tèli fermi, fffffiiiiiuuuu, a vulava li mudandi.”

15:42, ufficio.

improvvisamente si alza in piedi e inizia il suo intenso e aulico discorso…

“adès a và spieghi ‘na roba: iun di pù s’è grand crimini cuntra l’umanità l’è mia stà, come iun al pol pensà, al nazismo, o mei, mia apèna call’è, c’al ghè bela stà, ma l’è, atansion a quel cav’ dighi, la festa d’halowìn, parchè l’è mia pusìbil fa ‘na festa a d’li souchi, parchè li souchi li serv apena par fa i turtèi. e po’ a ghè an qualdùn c’al ven e’l ma dis: ‘dolcetto o scherzetto?’ alura me ag’ dig chi vaga a cagà!! parchè l’è mia cuncepibil che dgl’irlandès puvrass, ottenebrati da la grapa fata in casa e dal sidro, i’àbia espurtà ‘na festa in america e l’america dopu las’sia rota i maròn e i l’àbia espurtà chè da nuàtar. bisogna èsar ignurant me li cavri a festegià ‘na roba dal genar e se i mè fìoi i riva a cà cun ‘na souca intaiada ag dò ‘na psada a lur e iun ala souca ca la fù vulà in di camp. e dopu alura a ga spieghi al parchè. e cun còstu, u f’nì.”

…traduzione:

“adesso vi spiego una cosa: uno dei più grandi crimini contro l’umanità non è stato, come si è portati a pensare, il nazismo, non solo quello, che purtroppo c’è già stato, ma è, attenzione alle mie parole, la festa di halloween, perchè non è possibile fare una festa a delle zucche, perchè le zucche servono per fare i tortelli. e poi qualcuno viene a dirmi ‘dolcetto o scherzetto?’…allora me ag’ dig chi vaga a cagà!! perchè non è concepibile che degli irlandesi poveracci, ottenebrati dalla grappa fatta in casa e dal sidro, abbiano esportato una festa in america e l’america poi las’sia rota i maròn e l’abbia esportata a sua volta qui. bisogna essere ignoranti come le capre a festeggiare una cosa del genere e se i miei figli arrivano a casa con una zucca intagliata, gli do un calcio a loro e uno alla zucca che la faccio volare nei campi. e dopo allora gli spiego il perchè.
e con questo ho concluso.”

ho le lacrime agli occhi dal ridere. buon halowìn a tutti.

Briciola

dopo 16 anni di onoratissimo servizio canino,
ieri Briciola se n’è andata, per sempre.
voglio pensare che stia salutando con un BAU!!
tutti quelli che le hanno fatto una carezza almeno una volta.

chissà se lassù avranno le liquirizie…

highway star

weeell, you know you make me wanna (shout!)… throw my hand up (shout!) kick my heels back (shout!)… throw my head back (shout!)… come on now (shout!)… don’t forget to say you will (shout!)… don’t forget to say ehy ehy ehy ehy (say you will)…

ieri sera al concerto, siamo verso la fine. pochissimo pubblico, si suona per il puro gusto di suonare. già che siamo usciti, facciamo tutta la scaletta. grazie a quelli che c’erano:
nicolalauradavidelorenasoniachiarayleniaraffaelerobertamarcolaramissifratellodigiulio e a tutti gli altri pochi sconosciuti ma buoni. note finali si sta concludendo ‘shout!’. ci sono ancora tre pezzi prima di finire. il batterista fa un paio di rullate, poi inizia a battere sui tamburi in sedicesimi (spero si dica così, sono solo un fonico, non ne so di musica suonata io) insomma, ritmo sostenuto. … tutti, me compreso, si aspettano la rullata finale, a chiudere la canzone. tutti smettono di suonare in attesa dello stacco finale ma lui continua a battere ritmicamente sui tamburi. improvvisamente, il basso comincia con lo stesso veloce ritmo e la chitarra abbozza note che mi sembra di sapere. tutti si guardano. il batterista sorride beffardo, mio fratello alle tasterie comincia a fare sguardi come per dire ‘no ragazzi… no, calmi’… il chitarrista che chiede alla cantante: ‘te la ricordi?’… non l’hanno mai provata, si va di purissima improvvisazione!
stacco di batteriabassochitarratastiere. così comincia ‘highway star’ dei deep purple.

nobody gonna take my car I’m gonna race it to the ground, nobody gonna beat my car it’s gonna break the speed of sound, ooh it’s a killing machine it’s got everything, like a driving power big fat tyres and everything… I love it and I need it I bleed it yeah it’s a wild hurricane alright hold tight I’m a highway star…

abbiamo forse trovato con cosa sostituire ‘hit the road jack’… mio fratello che ancora un pò non ci crede, il chitarrista che a fine concerto arriva sorridente e dice: ‘non ho parole. ma una, che sia una. niente. non ho parole’ e ci beve su un chupito.

io una ce l’ho: spettacolare. e ci bevo su un chupito.

piccoli critici cinematografici

piccoli critici cinematografici crescono.

andiamo a vedere al cinema ‘300’, film sulla resistenza degli spartani alle termopili contro i persiani. tratto da un fumetto di frank miller. alla fine, il commento al film di d_ fu: ‘beh, per aver visto due ore e mezza di uomini in mutande, mi è anche piaciuto’. ambiguo quantomeno.

andiamo a vedere al cinema ‘transformer’. qualcuno che non ci può essere chiede seriamente commenti al film. g_ che all’uscita dalla sala prende a calci la sua renault modus perchè non si trasforma, facendogli oltretutto fare brutta figura con gli amici, ci pare il miglior commento.

ho passato alcuni film a mio fratello e tra questi c’era ritorno al futuro uno-due-tre. in un sabato pomeriggio di pigrizia, se li è guardati tutti e tre di fila. non stiamo a sindacare se sia peggio io che gli passo quei film o lui che se li guarda tutti in un colpo. siamo fratelli, in fondo.
fatto sta che alla fine, il suo neanche-tanto-lucido commento è stato:
‘calma… ho perso il contatto con la realtà’.

gli c’è voluto un pò per capire dov’era e soprattutto… quando.

rui costa

potrei dirvi che ieri sera ero allo stadio di san siro a vedere giocare

il milan campione, prima partita di champions league di quest’anno.
potrei raccontare che spettacolo splendido sia stato tra i fuorigioco
di inzaghi, i bei lanci di pirlo, l’agonismo di gattuso, le corse di kaka’,
i due gol fatti, i gol sprecati e l’unico gol preso a tempo scaduto.
potrei descrivervi la partita e raccontarvi banalmente la vittoria.

ma l’emozione più bella ieri aveva un nome e un cognome.
manuel rui costa è stato nel milan alcuni anni. non ha fatto la storia del milan come altri, ma ne è stato partecipe. elegante nel gioco, splendido negli assist, mai una polemica se c’era da fare panca, pronto al dovere se veniva mandato in campo. come giocatore mi è sempre piaciuto molto anche quando non era al milan, tant’è che in portogallo come ricordo mi sono comprato la maglietta da calcio col ‘suo’ numero 10.

ieri sera ritornava a giocare a san siro, ma da avversario.
però i cori erano tutti per lui. ha salutato i vecchi compagni, poi i tifosi milanisti l’hanno chiamato sotto la curva per un saluto. due volte, alla fine del riscaldamento e a fine partita. quando è stato sostituito, tutto lo stadio si è alzato in piedi ad applaudirlo e l’emozione era che anche io facevo parte di quelli, che uno di quegli applausi veri e sinceri era il mio, anch’io salutavo il calciatore il cui modo di giocare mi ha sempre affascinato moltissimo. poi mi sono messo ‘nei suoi scarpini’ e mi sono immaginato un uomo, che rientra in un posto dove è stato diversi anni, e 60mila persone si alzano in piedi e ti applaudono e cantano il tuo nome anche da avversario. emozione vera, roba da coronarie forti.
a te è dedicato anche l’unico striscione di tutto lo stadio:

rui nel cuore, vero uomo, grande campione.

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