a modo tuo

sarà difficile diventar grande prima che lo diventi anche tu

tu che farai tutte quelle domande io fingerò di saperne di più
sarà difficile ma sarà come deve essere
metterò via i giochi, proverò a crescere
sarà difficile chiederti scusa per un mondo che è quel che è
io nel mio piccolo tento qualcosa ma cambiarlo è difficile
sarà difficile dire tanti auguri a te
a ogni compleanno vai un po’ più via da me
sarà difficile vederti da dietro sulla strada che imboccherai
tutti i semafori tutti i divieti e le code che eviterai
sarà difficile mentre piano ti allontanerai
a cercar da sola quella che sarai
sarà difficile lasciarti al mondo e tenere un pezzetto per me
e nel bel mezzo del tuo girotondo non poterti proteggere
sarà difficile ma sarà fin troppo semplice
mentre tu ti giri e continui a ridere

a modo tuo, andrai a modo tuo, camminerai e cadrai, ti alzerai
a modo tuo, vedrai a modo tuo, dondolerai, salterai, cambierai

sempre a modo tuo

siamo chi siamo

nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai a non aver capito, ma poi ci fu una distrazione
o forse fu un’insolazione a dirmi “non c’è niente da capire”
di tutte quelle strade, averne presa una
per tutti quegli incroci nessuna indicazione
di tutte quelle strade, trovarsi a farne una
qualcuno ci avrà messi lì

siamo chi siamo, siamo arrivati qui come eravamo
abbiamo parcheggiato fuori mano, tu non chiamare più che ti richiamo

siamo chi siamo, un giorno c’era un doppio arcobaleno
un giorno c’hanno attaccati al seno, un giorno c’hanno rovesciato il vino

siamo chi siamo, la nebbia agli irti colli forse sale
non ci si bagna nello stesso fiume, non si finisce mai di avere fame

conosco le certezze dello specchio
e il fatto che da quelle non si scappa
e ogni giorno mi è più chiaro che quelle rughe sono solo
i tentativi che non ho mai fatto

siamo chi siamo, siamo arrivati qui come eravamo
si sente una canzone da lontano

potresti fare solo un po’ più piano??

il ragazzo in fuorigioco

da calciatore ad allenatore del Milan.

Superpippo o lo ami o lo odi: ricordo ancora cosa si disse e si scrisse quando giocò la sua ultima partita…

non è Inzaghi ad essere innamorato del gol,
è il gol ad essere innamorato di Inzaghi.
(Emiliano Mondonico)

non troviamo le parole, SuperPippo,
perché tu, diciottenne nel corpo di un trentanovenne, sai che i miti non invecchiano. il calcio però è storia diversa e tra le tante battaglie combattute e vinte c’è n’è una che puntualmente perderemo: quella contro l’anagrafe. fermeremmo volentieri il tempo se potessimo, magari al 23 maggio 2007. atene, due gol di rapina, come piace a te. per prenderci con i denti ciò che istanbul ci aveva sottratto due anni prima. e poi l’estate 2006. tu, il primo a presentarti a milanello (nonostante le ferie post mondiale) in seguito alla telefonata che informava all’improvviso di un preliminare da disputare.

vedere correre così tanto Inzaghi a 39 anni
ti fa pensare che tutto sia possibile per noi.
io vomiterei se corressi tanto quanto lui.
(Kevin-Prince Boateng)

c’è squadra che non hai purgato? c’è terra che non hai conquistato? bayern e lione. montecarlo e tokyo. e pensare che il tuo gol più importante, fenomenale ed incredibile non porta la tua firma. quel pallonetto all’ajax, all’ultimo respiro, con lo stadio che venne giù, nell’anno della champions. la tua essenza è tutta in quel cucchiaio a Lobont, in quella gamba aperta a 95 gradi. in barba all’impossibile, alle difficoltà, alla razionalità. l’uomo giusto, sempre al posto giusto.

quel ragazzo deve essere nato in fuorigioco.
(Alex Ferguson)

o Mineiraço

ho scritto che in questi mondiali

speravo in un nuovo Maracanaço.
gli Dei del Calcio hanno sì buttato fuori (giustamente) l’Italia subito, ma oggi ci hanno regalato il Mineiraço:

Brasile – Germania: 1-7

il Brasile la deve smettere di organizzare i mondiali in casa…

o Maracanaço

oggi iniziano i mondiali di calcio in Brasile.

speriamo accada come quando nel 1946 il Brasile fu scelto per l’organizzazione dei mondiali del 1950,

dopo che era stato l’unico paese a candidarsi.
gli stati europei, infatti, visto lo stato in cui versava il vecchio continente al termine della seconda guerra mondiale, preferirono astenersi dal presentare candidature. in Brasile il calcio era già di gran lunga lo sport più popolare, tuttavia, a dispetto della passione dei suoi tifosi, la nazionale brasiliana non aveva ancora conseguito grandi risultati: il mondiale casalingo del 1950, durante il quale la nazionale bianca (all’epoca la divisa brasiliana consisteva in un completo con casacca e calzoncini bianchi) avrebbe avuto dalla sua il pubblico, rappresentava la giusta occasione per aggiudicarsi la Coppa del Mondo. quindi, forti di quelle che più che speranze parevano certezze, i brasiliani affrontarono la vigilia come se avessero già vinto. per le vie del paese si incontravano ovunque caroselli di tifosi festanti, furono vendute oltre 500.000 magliette con la scritta “Brasil campeão 1950“. la stampa uscì con titoli celebrativi già il giorno della partita: sulla prima pagina dell’edizione del 16 luglio dei popolari quotidiani si leggevano titoli come: “o Brasil vencerá” e “a copa será nossa”, “estes são os campeões do mundo”.

il giorno della finale contro l’Uruguay,
lo stadio era esaurito in ogni ordine di posto. gli spettatori paganti risultarono ufficialmente 173.850, quelli presenti 199.854, ancor oggi un record imbattuto. appena un centinaio di essi erano tifosi uruguaiani. per il resto, le decine di migliaia di tifosi locali animarono un’accesissima torcida, con bandiere, striscioni e gli immancabili petardi, alcuni dei quali lanciati, durante il riscaldamento, contro i calciatori uruguaiani, al fine di infastidirli. la partita era in programma alle ore 15.00. prima del fischio d’inizio, con le squadre già schierate a centrocampo, prese la parola il generale Ângelo Mendes de Morais, prefetto del distretto federale, il quale pronunciò un breve discorso emblematico della certezza che i brasiliani riponevano nella vittoria della propria nazionale:

voi, brasiliani, che io considero vincitori del campionato del mondo. voi, giocatori, che tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti. voi, che avete rivali in tutto l’emisfero. voi che superate qualsiasi rivale. siete voi che io saluto come vincitori!

come atteso dai pronostici,
il primo tempo vide il Brasile all’attacco della nazionale uruguaiana, seppur senza risultati: nonostante i ripetuti tentativi, infatti, i bianchi non riuscivano a perforare la difesa avversaria, anzi rischiando diverse volte sui contropiede dei celesti. nel secondo tempo, la nazionale brasiliana parve partire con il piede giusto: dopo appena 2 minuti il centrocampista Friaça, sfruttando un intervento non impeccabile del portiere uruguaiano Máspoli, portò in vantaggio il Brasile. il Maracanã esplose di gioia: ormai i tifosi erano convinti del titolo. l’Uruguay, tuttavia, non si scompose, proseguendo nel suo gioco ordinato, guidato dalla regia di Schiaffino. al 66’, dopo una rapida progressione sulla fascia, Ghiggia saltò il brasiliano Bigode e servì proprio Schiaffino, che batté il portiere brasiliano Barbosa. l’inatteso pareggio dell’Uruguay si ripercosse negativamente sul morale dei brasiliani, che smisero pressoché di giocare. nonostante per un assurda regola il pareggio facesse vincere i brasiliani, al 79′ Ghiggia, servito da Pérez, superò nuovamente la difesa brasiliana e segnò la rete del clamoroso 2-1 per gli ospiti. sul Maracanã cadde il silenzio più totale. i calciatori brasiliani tentarono disperatamente di pareggiare, ma ogni loro tentativo fu vano e l’Uruguay realizzò una delle più grandi sorprese della storia del calcio.

quando l’arbitro Reader fischiò la fine, il clima era surreale.
l’inatteso esito della gara fece saltare i piani di una sontuosa premiazione, ormai programmata da tempo. al termine della partita, le autorità brasiliane abbandonarono lo stadio, lasciando il solo Rimet a premiare gli uruguaiani. la guardia d’onore non si formò (le guardie erano tutte in lacrime) e il presidente della FIFA si ritrovò in mezzo alla confusione, tra i disperati brasiliani e i trepidanti uruguaiani, con la coppa in mano: scorto il capitano dell’Uruguay, Varela, il presidente della FIFA si limitò a consegnargli la coppa e a stringergli la mano, ma non riuscì a dirgli neppure una parola di congratulazioni per la vittoria mondiale della sua nazionale. neppure l’inno nazionale uruguaiano venne suonato dalla banda (com’era invece da programma per omaggiare i neo-campioni del mondo), oltre che per la delusione, anche perché la stessa non era stata fornita della partitura dell’inno uruguaiano, in quanto ritenuta inutile. anche gli uruguaiani, nonostante la soddisfazione per la vittoria, furono colpiti dal dramma dei brasiliani. in un’intervista, Schiaffino affermò come, al fischio finale, fu colto anche da compassione per gli sconfitti:

lasciammo l’angustia che ci aveva accompagnato per tutta la partita, versando lacrime di gioia, pensando alle nostre famiglie in Uruguay, mentre i nostri avversari piangevano di amarezza per la sconfitta. ad un certo punto, provai pena per quello che stava accadendo.

sugli spalti, decine di persone vennero colte da infarto:
talune fonti parlano di almeno 10 morti all’interno dello stadio, oltre di due spettatori suicidatisi gettandosi dagli spalti. il Brasile proclamò tre giorni di lutto nazionale. molte persone in tutto il Paese, chi per la delusione, chi perché aveva perso tutto scommettendo gran parte dei propri averi sulla vittoria della seleçao, si tolsero la vita: alla fine sarebbero stati certificati 34 suicidi e 56 morti per arresto cardiaco in tutto il paese. un popolare musicista brasiliano che lavorava anche come radiocronista calcistico e che aveva commentato la finale, decise, poco tempo dopo, di lasciare la professione di giornalista. il difensore brasiliano Danilo, caduto in una profonda crisi depressiva a causa della sconfitta, tentò il suicidio. la stampa brasiliana uscì con titoli catastrofici sulla sconfitta: “nossa Hiroshima” e “a peor tragédia na história do Brasil“. eloquente fu la descrizione che lo scrittore brasiliano José Lins do Rego pubblicò il 18 luglio:

ho visto un popolo a testa bassa, con le lacrime agli occhi, senza parole, lasciare lo stadio come se tornasse dal funerale di un amatissimo padre. ho visto un popolo sconfitto, e più che sconfitto, senza speranza. questo mi ha fatto male al cuore. tutte le emozioni dei minuti iniziali della partita si sono ridotte a cenere di un fuoco spento.

il commissario tecnico fuggì dal paese, rifugiandosi in Portogallo.
al portiere Barbosa sarebbe toccata la condanna calcistica più grave, venendo accusato, per tutto il resto della propria vita, di essere stato il principale responsabile della sconfitta. lo stesso estremo difensore brasiliano raccontò, anni dopo, la sua pena: “se non avessi imparato a contenermi ogni volta che la gente mi rimproverava per il goal di Ghiggia, sarei finito presto in carcere o al cimitero. una volta richiamò la mia attenzione una signora che mi indicava, mentre diceva a voce alta al suo bambino: guarda figlio, quello è l’uomo che fece piangere tutto il Brasile.”

il Brasile calcistico tutt’oggi ricorda con estremo dolore quel giorno con l’espressione “o Maracanaço”. ciononostante, proprio a Ghiggia è stato concesso l’onore di lasciare le impronte dei propri piedi nella “calçada da fama” del Maracanã, la walk of fame riservata ai grandi calciatori protagonisti di memorabili partite disputate nel grande stadio carioca. proprio Ghiggia, anni dopo, dirà ironicamente:

“a sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã: Frank Sinatra, il Papa e io.”

un uomo guarda la sua mano

un uomo guarda la sua mano,

sembra quella di suo padre quando da bambino lo prendeva come niente e lo sollevava su, era bello il panorama visto dall’alto! si gettava sulle cose prima del pensiero,

la sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero.

liberazione

25 aprile,

giorno della liberazione.
e siccome che nel giardino di casa ho una piccola vasca coi pesci, francamente non ho voglia di tenerla. perchè non mi voglio prendere cura di loro e perchè ho un pò paura che Rebecca ci finisca dentro, un giorno o l’altro.

e allora oggi, 25 aprile,
liberiamo i pesci: retino e secchio d’acqua e poi li andiamo a buttare… cioè a liberare nel lago e la vasca la facciamo diventare una coloratissima aiuola.

piena di solida terra.

home hard home

e così la casa è pitturata.

i pavimenti sono finiti,
e stanno benissimo. i serramenti sono su da un pò, ma devono ancora finire due cosette e io dunque devo ancora pagarli.

ci sono ancora alcuni lavori da finire,
entro aprile perchè da maggio devono portarci tutti i mobili. tutti. salvo ritardi, perchè se no vivremo un pò accampati. i mobili li abbiamo presi tutti, compreso un bel divano rosso che aperto fa 4,77metriquadri di puro svacco. qualcosa ancora dobbiamo prendere, tipo la stufa a pellets. in compenso abbiamo già pellets per due inverni.

insomma, siamo molto work in progress.
qualcuno dice che siamo in alto mare e non ce la faremo mai. non credo sia così, speriamo che non sia così. nell’eventualità, dato che dal 1° giugno dobbiamo liberare l’attuale casa, siamo ‘tranquilli’ che comunque un tetto sopra la testa non ci manca.

mi sono ricordato adesso
che devo chiamare l’idraulico, che se no siamo anche senza caldaia. nel frattempo devo finire di grattare i caloriferi, che poi mio padre li deve pitturare, che poi l’idraulico li deve mettere su.

ho fatto mettere 6000prese.
e pare non sappiamo dove mettere la scopa elettrica, penso finirà in una presa dietro una qualche delle 3 porte che abbiamo. perchè in casa abbiamo solo 3 porte, che arriveranno a fine aprile e un falegname ce le dovrà montare. gran cosa, gli open-space.

in mezzo a tutto questo ci sono
giri burocratici per uffici, più volte per ogni ufficio perchè manca sempre quel documento che…. e poi i turni di lavoro, che dà tante soddisfazioni e qualche soldo da decicare alla causa e Rebecca, che è bella come la mamma, simpatica e sveglia come i suoi genitori e stronzetta come suo papà.

due mesi molto intensi.

che a ne liga ‘nte ‘na creuza de mä

umbre de muri, muri de mainé

dunde ne vegnì duve l’è ch’ané
da ‘n scitu duve a l’ûn-a a se mustra nûa
e a neutte a n’à puntou u cutellu ä gua
e a muntä l’àse gh’é restou Diu
u Diàu l’é in çë e u s’è gh’è faetu u nìu
ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria
e a funtan-a di cumbi ‘nta cä de pria…

e ‘nt’a cä de pria chi ghe saià
int’à cä du Dria che u nu l’è mainà
gente de Lûgan facce da mandillä
qui che du luassu preferiscian l’ä
figge de famiggia udù de bun
che ti peu ammiàle senza u gundun

e a ‘ste panse veue cose ghe daià
cose da beive, cose da mangiä
frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae ‘nt’u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi

e ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi
emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi
finché u matin crescià da puéilu rechéugge
frè di ganeuffeni e dè figge
bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä

Ligabue canta De Andrè. per me Sanremo 2014 può finire qui.

dietro la lavagna

quando un mio amico mi ha fatto notare

che noi abbiamo finito la scuola ben 16anni fa,
ho fatto fatica a realizzare. sarà, ma a me sembra ieri, o quasi. poi ieri (quello vero) sono andato ad un corso di “ambienti e colori adatti alla crescita e al vivere meglio” (circa) e ho appreso che nelle scuole italiane ora ci sono le LIM, le lavagne multimediali interattive.

tutto è nato da una foto che il relatore ci ha fatto vedere: una classe, con la vecchia e cara lavagna nera. stupore nei partecipanti, oohh, una classe vecchio stile: è strano vedere la lavagna nera, oggi tutti hanno le lim.

e allora mi sono chiesto:
come fanno oggi gli studenti? come fare ad andare in castigo dietro alla lavagna? non si possono più far sparire i gessetti, che poi uno veniva mandato ‘giù’ a prenderli e il tempo che stava via era uguale al tempo che ci mettevi a crearlo, un gessetto. niente più scritte tra un’ora e l’altra, tipo ‘buena suerte’ oppure ‘3’, che a noi prima di un compito in classe ci portava una rogna infinita… e come fare oggi a creare quella nebbia pesante frutto dell’esasperato sbattimento di due cancellini??

si potranno scrivere sulle nuove lavagne i buoni ed i cattivi?
che quando la prof si assentava e mandava uno alla lavagna a scrivere chi si ben comportava in sua assenza e chi no, c’era un giro di ricatti, promesse, sotterfugi per essere dall’una e non dall’altra parte dei due elenchi… come è possibile oggi rischiare l’infarto perchè mentre qualcuno scriveva alla lavagna il gessetto emetteva un fischio spakkatimpano simile all’ultrasuono che anche quello dell’ultima fila era costretto ad interrompere il suo sacrosanto sonno?

come fare a tirare il cancellino (sporco, sporchissimo ad hoc) nella schiena di un tuo compagno (quello che ti aveva messo meschinamente tra i cattivi perchè il giorno prima non gli avevi passato la versione di latino) che poi questo si girava con la lentezza di un killer e mentre si avvicinava a te con la stessa calma e freddezza di ken shiro a cui hanno rubato il cavallo, tu cercavi inutilmente di dire che era stato uno spiacevolissimo errore di traiettoria e che il bersaglio non era lui, anche se in classe c’eravate solo tu e lui??

non rimpiango quei tempi, però era divertente anche per questo…

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